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IL FINOCCHIO SELVATICO

Foeniculum vulgare Mill.

Il finocchio selvatico è una pianta spontanea, perenne, dal fusto ramificato, alta fino a 2 m. Possiede foglie che ricordano il fieno (da cui il nome foeniculum), di colore verde e produce in estate ombrelle di piccoli fiori gialli. Seguono i frutti (acheni), prima verdi e poi grigiastri. Del finocchio selvatico si utilizzano i germogli, le foglie, i fiori e i frutti (impropriamente chiamati “semi”).

La raccolta del fiore del finocchio selvatico avviene appena il fiore è “aperto”, normalmente a partire dalla metà d’agosto fino a settembre inoltrato. Il fiore si può usare fresco o si può essiccare, all’aperto, alla luce, ma lontano dai raggi diretti del sole, che farebbero evaporare gli olii essenziali.

In fitoterapia

Si utilizzano i frutti secchi o l’olio essenziale. Contiene: anetolo (da cui dipende il suo aroma), fenconechetone anisicodipinenecanfenefellandrenedipentene e acido metilcavicolo. L’uso principale (come per le piante simili anice verde e carvi) è quello carminativo, cioè che aiuta ad eliminare i gas intestinali e contemporaneamente ne previene la formazione. Pertanto è utilizzato per chi ha difficoltà digestive, aerofagia, e può essere utile per ridurre la componente dolorosa della sindrome da colon irritabile. Particolarmente indicato nell’allattamento perché, in quanto galattoforo, aumenta la produzione del latte e contemporaneamente previene le coliche d’aria nei bambini. Oltre a ciò sono state riconosciute al finocchio qualità di emmenagogo (in grado di stimolare l’afflusso di sangue nell’area pelvica e nell’utero, e, in alcuni casi, di favorire la mestruazione), diureticoantiemetico (diminuisce nausea e vomito), aromaticoantispasmodicoantinfiammatorio, tonico epatico.

In Cucina

Del finocchio selvatico, chiamato in cucina anche “finocchina” o “finocchietto”, si usano sia i fiori freschi o essiccati, sia i frutti o “diacheni”, sia le foglie (o “barba”), sia i rametti più o meno grandi utilizzati per cucinare le lumachine di mare o per conciare le olive sotto sale accompagnato con peperoncino e aglio; le foglie si usano fresche e sminuzzate per insaporire minestre, piatti di pesce, insalate e formaggi: nella “pasta con le sarde“, nota ricetta siciliana, le foglie del finocchio selvatico sono uno degli ingredienti essenziali.

I fiori si usano per aromatizzare le castagne bollite, i funghi al forno o in padella, le olive in salamoia e le carni di maiale (in particolare la “porchetta” dell’Umbria). I cosiddetti “semi” si usano soprattutto per aromatizzare ciambelle o altri dolci casalinghi e per speziare vino caldo o tisane. Fanno inoltre parte della ricetta di un biscotto tipico del Piemonte, il finocchino. È in uso nelle regioni costiere del Tirreno, un “liquore di finocchietto”, per il quale s’utilizzano i fiori freschi e/o i “semi” e le foglie.

Curiosità
L’espressione “lasciarsi infinocchiare” deriva dall’abitudine dei cantinieri di offrire spicchi di finocchio orticolo a chi si presentava per acquistare il vino custodito nelle botti. Il grumolo infatti contiene sostanze aromatiche che modificano leggermente la percezione dei sapori, rendendo saporito il successivo assaggio di un vino di qualità scadente o prossimo all’acetificazione.

La comune distinzione tra finocchio femmina e finocchio maschio è solo formale: il primo è di forma allungata e il secondo di forma tondeggiante. Il cosiddetto finocchio maschio, più apprezzato sotto l’aspetto merceologico perché meno fibroso e più carnoso, si ottiene grazie al concorso di fattori ambientali associati alla natura del terreno e alla sua sistemazione superficiale e a un’adeguata tecnica colturale.

Ricette di cucina:

Le infiorescenze giovani, denominate nel Salento “caruselle” (termine che significa appunto, giovinetta), possono essere gustate nelle insalate primaverili, anche se in dosi minime a causa del loro gusto fortemente aromatico, se invece vengono messe, sott’aceto, possono essere utilizzate per tutto l’anno come contorno al lesso, nonché come ingrediente dei sughi alla pizzaiola, nella farcitura delle focacce rustiche e ancora nella farcitura dei panini in accompagnamento al tonno e al provolone, nonché nella guarnitura di bruschette e friselle.

La conservazione in sott’aceto è semplicissima:

Si sterilizzano dei vasi di vetro
Si raccolgono le “Caruselle”, cioè i frutti ancora verdi

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Si mettono nel vaso di vetro e si aggiunge aceto bianco salato

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Si lasciano in infusione per circa 1 mese per essere usati come contorno al lesso, nonché come ingrediente dei sughi alla pizzaiola, nella farcitura delle focacce rustiche e ancora nella farcitura dei panini in accompagnamento al tonno e al provolone, nonché nella guarnitura di bruschette e friselle.

Pasta con le sarde alla siciliana e finocchietto selvatico

Questa è la più tipica delle ricette siciliane e rappresenta il trionfo della cucina mediterranea.

Ingredienti:

  • 1 cipolla;
  • 1 spicchio d’aglio;
  • 1 cucchiaio di pinoli;
  • 150 g di finocchio selvatico;
  • un cucchiaio di concentrato di pomodoro;
  • 300 g di sarde;
  • 4 acciughe salate;
  • 400 g di pasta;
  • olio d’oliva;
  • pepe;
  • sale
  • pangrattato

Procedimento:

Pulite le sarde, diliscatele ed eliminate la testa. Fate rosolare un spicchio di aglio in padella, aggiungete le sarde tagliate grossolanamente e fate saltare per qualche minuto.
Lavate il finocchietto selvatico e lessatelo in abbondante acqua.
Scolatelo e tagliatelo grossolanamente.
Nella stessa acqua del finocchio fate cuocere i bucatini e scolateli al dente.
In un tegame con olio bollente mettete la cipolla tritata, fatela rosolare e aggiungete il finocchio, i filetti d’acciuga spezzettati, i pinoli, il concentrato di pomodoro, sale, pepe. Aggiungete le sarde ed amalgamate il tutto.
A parte, in una padella antiaderente, fate tostare un po’ di pangrattato. Unite la pasta al condimento e spolverizzate con il pangrattato.

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LA PASTINACA

Pastinaca sativa L.

Sottospecie presenti in Italia:
Pastinaca sativa L. subsp. Sativa che si distingue per fusti angolosi, pelosità ridotta x peli sparsi, foglie con segmenti con base cuneata. Coltivata per uso alimentare e spesso inselvatichita

Pastinaca sativa L. subsp. Sylvestris (Mill.) Rouy & E.G. Camus che si distingue per pelosità densa, foglie grigio pubescenti con segmenti che alla base spesso sono cordati

Pastinaca sativa L. subsp. Urens (Reg. ex Godr.) Celak. che si distingue per fusto cilindrico o appena striato quasi liscio, ombrella terminale a 5÷7 raggi, non o poco maggiore delle laterali.

Famiglia: Apiaceae

Descrizione: Pianta biennale, erbacea, dall’odore pungente, con radice a fittone, affusolata, giallo chiara, carnosa, che nel primo anno produce soltanto un ciuffo di foglie dal quale poi, nel secondo si sviluppa il fusto cavo, angoloso, scanalato, pubescente e ramificato in alto di 40÷120 cm.
Le foglie basali sono dotate di un lungo picciolo inguainante il fusto, sono pennate con 5÷11 foglioline ovali con apice acuto e margine dentato e talvolta inciso in due lobi. Le foglie caulinari sono alterne, le superiori sessili ed amplessicauli e con numero inferiore di foglioline.
I fiori ermafroditi, di colore giallo oro, sono raccolti in ombrellette che a loro volta formano grosse ombrelle del diametro assai variabile da 5÷8 cm e con 5÷15 raggi, mancanti dell’involucro e involucretto, i peduncoli delle ombrelle laterali sono più lunghi di quelle centrali e l’ombrella superiore è sensibilmente più grande di quelle sottostanti.
Fioritura: luglio÷agosto

Habitat: In Italia è comune in tutte le regioni, vegeta nei prati, bordo strada, coltivi , scarpate, terreni limosi e ricchi di sostanze azotate, dal piano fino a 1600 m s.l.m.

Etimologia: Il nome del genere deriva dal latino “pastus” = nutrimento e indica la commestibilità della radice; l’epiteto specifico deriva dal latino “sativum” = coltivato.
Proprietà ed utilizzi:
Specie commestibile officinale.
Contiene olio essenziale, sostanze grasse, furocumarina, pectine, carboidrati, vitamina C.
Pastinaca sativa un tempo era usata nella medicina popolare come diuretico e digestivo.
La Pastinaca è nota soprattutto per le proprietà alimentari delle sue radici, che oltre ad essere ricche di proteine, amidi e zuccheri, hanno un gradevole sapore simile a quello delle carote; la tradizione popolare ritiene la Pastinaca un cibo utile alle persone deboli, anziane o convalescenti.
È un ottimo alimento dietetico, infatti 100 g di radice, corrispondono a 22 kcal e contengono 12 g di fibre.
Le estremità delle ramificazioni possono essere impiegate come spezia.
Gli antichi romani attribuivano alla Pastinaca proprietà afrodisiache e spesso la cucinavano con il miele.
La radice viene impiegata, soprattutto nel nord Europa in molte preparazioni alimentari e anche in bevande fermentate tipo birra.
Il suo uso è andato scemando con la scoperta dell’America e delle patate che l’hanno gradatamente sostituita, gli inglesi che la chiamano “parsnip “continuano ad usarla, mangiandola durante tutto l’inverno, raccolta dopo le gelate.
Un tempo i fiori erano impiegati per tingere di colore giallo la lana.
Attenzioni per il raccolto ed il consumo:
Pastinaca sativa subsp. urens (Req. ex Godr.) Čelak può provocare dermatiti da contatto e può essere responsabile, in soggetti particolarmente sensibili, di ustioni di 2° grado.
Questa sottospecie ma anche le Pastinache in generale contengono furanocumarina, una sostanza che può provocare reazioni cutanee aggravate per fotosensibilizzazione, sotto gli effetti dei raggi solari.
A questo proposito è stato accertato da ricercatori dell’ Università dell’ Illinois, che la Pastinaca sativa, quando è aggredita da piccolo ma vorace bruco (Trichoplusia ni) produce nelle zone circostanti a quella del morso, una quantità 80 volte superiore alla norma di furanocumarina, sostanza che produce a scopo difensivo.
Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare

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IPERICO LA PIANTE SOLSTIZIALE

Hypericum perforatum L.

Nome italiano: Iperico

Molto comune nei terreni asciutti, lungo i margini delle strade, ai bordi di campi e nelle radure, cresce fino a 1600 m d’altitudine, la pianta ha un corto rizoma e un fusto eretto fino a circa 1 m., legnoso e ramificato. Le foglie sono opposte ovali o oblunghe, picchiettate di minuscole ghiandole trasparenti (contenenti l’olio essenziale) che in controluce assomigliano a forellini e gli conferiscono l’appellativo di “perforato”. Questa carat­teristica spinse i contadini della Vandea a sceglierlo come l’erba più adatta a simboleggiare il corpo del Cristo flagellato; e come ri­ferisce Louis Charbonneau-Lassay, fu chiamato anche con il nome di «erba della Flagellazione».
I fiori composti di 5 petali, sono di colore giallo intenso, riuniti in una sorta di corimbo, compaiono in estate, la sua fioritura massima è raggiunta a fine giugno. Se stropicciati colorano la pelle di rosso. Tutta la pianta emana un odore gradevole.

PROPRIETA’

“Serbatoio” naturale di carotene (provitamina terpenica contenuta nelle carote e in numerosi vegetali a cui conferisce colorazione rossa o arancio, che il nostro organismo trasforma in vitamina A) e flavonoidi (ipericina, rutina, quercetina e l´iperoside). Molto usato anche per le sue  proprietà antidepressive e antivirali. Si usa soprattutto per piaghe, ulcerazioni, pruriti, emorroidi. In cosmesi per pelli secche, screpolate, atoniche.
E’ efficace anche in caso di contusioni o schiacciamento delle dita ed i flavonoidi contenuti riducono le infiammazioni delle ferite. Ha un effetto benefico in caso ustioni e eritemi, traumi, i dolori neuro-muscolari, sciatica.

L’olio di iperico previene l’infezione delle ferite, riduce il tempo di guarigione delle ustioni, è antinfiammatorio, antisettico, cicatrizzante. La crema aggiunge le proprietà della cera d’api vergine che ha un effetto antibiotico e lenitivo sulla pelle. E’ molto utile per guarire le piccole ferite e la secchezza della pelle quando si fanno lavori manuali in agricoltura.

L’azione dell’olio di iperico sulle ustioni

Perché le proprietà dell’olio di iperico si espletino al massimo, è bene applicarlo direttamente sulle piaghe provocate da ustioni sulle quali è in grado di eliminare totalmente il dolore già dopo pochi minuti e fintanto che si tiene la piaga coperta con olio di iperico il dolore non ricompare. La cicatrizzazione delle lesioni, anche di quelle più gravi, avviene molto rapidamente e senza i raggrinzamenti tipici delle cicatrici da ustioni.

NOTE DI COSTUME E TRADIZIONI

E’ detto anche “erba di San Giovanni” – “fohanniskraut” in Germania, perché una leggenda un po’ meno antica, lega l’iperico al San Giovanni il Battista, che fu decapitato per volere di Salomè. Anche per questo racconto l’iperico venne germogliato dal sangue, in questo caso di San Giovanni. In virtù della leggenda o per il fatto che la sua fioritura si manifesti intorno alla seconda metà di giugno (23 giugno viene ricordato San Giovanni) l’Iperico è conosciuto come Erba di San Giovanni.

Ippocrate e Dioscoride sostenevano che il suo nome significava «al di sopra», ossia più forte delle apparizioni d’oltretomba, del mondo infero. Per questo motivo era soprannominato anche «cacciadiavoli».
Guariva i morsi dei serpenti, ma figurava anche fra i rimedi con­sigliati contro gli attacchi di epilessia e le bruciature. Ancora oggi è usato contro le ustioni, dato che l’antica sapienza già lo indica­va come potentissimo strumento contro Satana e le sue opere, intese appunto a gettare il cristiano nei regni infernali per bruciare nelle fiamme eterne.
Una volta in molti Paesi europei coloro che danzavano nella notte di San Giovanni intorno al fuoco si cingevano le tempie con fronde di questa pianta. Poi, spenti i fuochi, le gettavano sui tetti delle case per preservarle dal fulmine.
Nel Medioevo veniva appeso alle finestre e sulle porte per impe­dire ai demoni di entrare nelle case. E quando nemmeno le preghie­re degli esorcisti erano riuscite a liberare una donna indemoniata, le si mettevano in seno alcune sue foglie e altre si sparpagliavano nella sua abitazione.
Era anche usato durante le crociate dai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme per curare le ferite. In effetti, è una delle piante più efficaci nella medicazione delle ferite sanguinanti, e tutti i vecchi libri di medicina raccomandavano il balsamo ricavato dalle foglie e dai fiori macerati nell’olio.

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FIORI DI IPERICO IN VASO DI VETRO

Come si prepara l’olio di iperico

La ricetta più antica per la preparazione dell’olio di iperico prevede la raccolta manuale dei fiori, su terreni lontani dal traffico e situati in zone incontaminate. I fiori ancora freschi vanno messi in un vasetto di vetro a chiusura ermetica, e ricoperti di olio extravergine di oliva spremuto a freddo. Si chiude il contenitore e si espone al sole per 40 giorni.

Già dopo qualche giorno l’olio assume un’intensa colorazione rosso rubino. È necessario capovolgere il vaso di tanto in tanto al fine di ottimizzare l’estrazione dei principi attivi. Terminato il tempo di esposizione al sole, si recupera tutto l’olio, filtrandolo con una stoffa sottile, per poi travasarlo in una bottiglia di vetro scuro che abbia sempre la chiusura ermetica.

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FIORI DI IPERICO COPERTI CON OLIO EXTRA VERGINE DI OLIVA BIOLOGICO ESTRATTO A FREDDO

Come si prepara la crema di iperico.

Per fare la crema: mettere a scaldare 700 g di olio di iperico a bagnomaria (cioè in un tegamino messo dentro ad un tegame più grande pieno di acqua, messo su fuoco moderato).
Quando l’olio è caldo (50-60 gradi) aggiungere 300 g di cera vergine di api a pezzetti e girare lentamente fino a che sia sciolta completamente. La quantità di cera varia a seconda della densità che si desidera ottenere, va da un quarto a metà del peso dell’olio.
Spegnere la fiamma ed aggiungere 10 cc di essenza di gelsomino (o altra essenza profumata).
Versare la crema nei vasetti ancora calda.

Elicrisio 1

Elicrisio – La pianta liquirizia

Helichrysum italicum L.

Famiglia: Asteraceae

Nome italino: Elicriso  
Il suo nome deriva dal greco elios=sole e chrysos=oro, pianta solare per il colore dei suoi fiori e l’habitat che predilige per la sua crescita. É una asteracea, di facile riconoscimento, gli steli e le foglie di forma lanceolata hanno un colore verde, verde grigiastro, al tatto sono vellutati. Il loro delizioso profumo è inconfondibile, un mix di camomilla, menta e liquirizia insieme. Per questa sua proprietà l’elicriso in molte regioni italiane è chiamato volgarmente liquirizia, da non confondere però con la pianta della liquirizia.

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La fioritura avviene tra giugno e luglio, i fiori vanno raccolti quando sono ben aperti ma ancora ben freschi, il periodo migliore per la loro raccolta va dal 21 giugno a tutto settembre. I fiori vanno essiccati al buio e al caldo, appesi a mazzetti a testa in giù o per circa 10 ore a 40° con un essiccatore elettrico, avremo così anche da diffusione delle sue essenze.

L’elicriso è particolarmente benefico per tutti i tipi di herpes e di eczemi, irritazioni della pelle, dermatiti, psoriasi. Ha un buon effetto antirughe ed elasticizzante ed è utile, in sinergia con altre piante come l’iperico o la calendula, nei trattamenti delle scottature e delle ferite.

É un ottimo antistaminico naturale, utile per tutti i tipi di allergie ma attivo soprattutto sulle dermatiti allergiche e da contatto, sulle quali agisce sia dall’interno che dall’esterno. Per uso interno l’ideale è la tintura madre perché l’infuso ha un sapore un po’ forte e non molto gradevole, per uso esterno invece l’oleolito è il miglior metodo, ottimo da solo, miscelato ad altri oli sinergici o come base per unguenti.

Per fare l’oleolito si raccolgono i capolini con delle forbici mettendoli direttamente in un vaso di vetro, nel caso in cui siano umidi  si mettono stesi in un piatto e lasciati asciugare. Il vaso di vetro va riempito fino a 2 cm dal bordo, poi si coprono con d’olio extra-vergine d’oliva con estrazione a freddo.

Diversi sono i metodi per ottenere l’oleolito, c’è chi dice che solo l’oleolito di iperico si fa da pianta fresca e tutti gli altri vanno fatti da pianta essiccata, chi dice che solo l’iperico si espone alla luce del sole, le altre piante invece vanno protette dai raggi e devono prendere solo il calore. Noi crediamo che la pianta fresca dia di più rispetto alla pianta essiccata e che il sole favorisca il passaggio dei principi attivi dalla pianta al solvente oleoso. Dopo averlo mescolato bene si lascia macerare per circa 20 giorni al sole, la sera si ritira in casa. In giornate molto calde, durante le ore centrali e meglio ritirarlo in casa. Dopo i venti giorni di macerazione si filtra con un colino a maglia finissima per eliminare il grosso della pianta, strizzandola bene per estrarre tutto l’olio assorbito. Poi si fa una seconda filtratura usando un imbuto e un pezzo di tessuto o un filtro da caffè americano. Il procedimento richiede molto tempo ma alla fine si otterrà un oleolito molto limpido. Il prodotto andrà conservato  in un ambiente buio e fresco per un anno circa. Il profumo è molto piacevole e potrebbe essere potenziato aggiungendo circa dieci gocce di olio essenziale di elicriso (dose per un barattolo da 250 ml), ciò renderà il suo effetto terapeutico più potente.

In cucina il suo sapore ricorda il curry, le foglie di elicriso sono da consumare essiccate, perchè fresche hanno un retrogusto leggermente amaro. Insaporiscono riso, carne, pollo e verdure: un rametto di elicriso inserito sotto la pelle del pollame al forno donerà un delicato tono speziato.

L’elicriso si aggiunge a misti di erbe aromatiche per dare un tocco speziato e esotico come il misto aromatico orientale.

Provate a aggiungere dell’elicriso tritato al chutney (salsa di accompagnamento agrodolce e per questo contiene frutta o verdura più zucchero e aceto per conferire alla salsa proprio un sapore caratteristico) e impasti per frittelle, o mettete qualche rametto di elicriso nel pollo al forno.

I fiori di elicriso essiccati e mixati con fiori di finocchio selvatico sono un ottimo ingrediente per le tisane.

Farinello

Il Farinello ottimo sostituto dello spinacio coltivato

Chenopodium album L.

Famiglia: Chenopodiacee

Nome volgare: Farinaccio, farinello, entrambi riferiti alla pruina color bianco presente sul retro della foglia

Etimologia: Il nome del genere ha il significato di “piede d’oca”, con vago riferimento alla forma romboidale delle foglie, mentre album fa riferimento alla sostanza bianca presente sulla pagina inferiore delle foglie.

Habitat: Pianta infestante, tipica dei ruderi dei riporti, dei prati incolti e aridi e dei margini delle strade. Presente ovunque, dal piano all’alta collina.

Descrizione: La pianta è alta oltre il metro, con radice fittonante, ha fusto per lo più eretto, angoloso e ramificato, e foglie romboidali alterne (lanceolate quelle apicali), leggermente dentate, quasi bianche da giovani sulla pagina inferiore per via della presenza di una pruina bianca

Proprietà:  Nella medicina popolare per il suo contenuto di ferro, vitamina A, B, C, veniva usata come antiflogistica, lassativa, antireumatica e antielmintica. Viene usata anche per problemi dentali, contro le punture di insetti e le scottature. I semi contengono Lisina, precursore di una vitamina come la Niacina, essenziale per l’organismo umano che non è in grado di sintetizzarla. Dai giovani germogli si ottiene un colorante verde, mentre dalle radici si possono ricavare saponi.

La pianta era conosciuta fin dai tempi preistorici, infatti i suoi semi sono stati rinvenuti sia in Europa: Danimarca (uomo di Tollund), Svizzera, Spagna e nelle Isole Ebridi, che in Messico e negli Stati Uniti, dove i semi venivano mescolati a farine ed entravano a comporre pani o poltiglie. Ancora oggi gli indiani del Nordamerica usano i semi a scopo alimentare. Si ritiene che in passato fosse anche coltivata in Europa, oggi nelle coltivazioni è stata sostituita dagli spinaci. Oggi viene considerata infestante di coltivazioni di patate, cereali e ortaggi.

Uso in cucina: Si possono utilizzare le foglie più tenere e i giovani getti, come l’altra chenopodiacea più conosciuta: il Chenopodium bonus-henricus. Il suo sapore è decisamente preferibile a quello degli spinaci. Le parti tenere possono essere lessate (meglio cotte a vapore per pochi minuti) e poi saltate in padella con olio, aglio e peperoncino. Possono essere usate anche per fare ottimi risotti o come ripieno di torte e ravioli. Viene usata anche per colorare paste fresche. La pianta per il suo contenuto di acido ossalico, specie se cresce in campi coltivati ricchi di nitrati o di azoto, va usata in piccole quantità, soprattutto cotta, perché la cottura riduce di molto l’acido ossalico.

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LA PORTULACA UNA PANACEA NELL’ORTO

 Portulaca oleracea L.

Famiglia: Portulacacee

Nome volgare: Porcellana, Porcacchia, Erba grassa

Caratteristiche morfologiche :
Pianta annuale carnosa (10 – 30 cm) con fusto rossiccio, strisciante. Fioritura giugno – settembre con piccoli fiori gialli

Habitat: Campi, orti, luoghi incolti; suoli sabbiosi e detritici, da 0 a 1.700 m.

 

 

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Caratteristiche nutrizionali: E’ una delle erbe più salutari, ha prorietà antiscorbutiche, depurative e diuretiche. Per uso esterno viene usata contro dermatiti, orticarie, foruncoli, punture di api ed eczema. Droga usata: foglie, parte aerea. Nelle foglie è stata accertata la presenza di acidi grassi omega-3, utili per prevenire attacchi cardiaci e aumentare le difese immunitarie. La sua reintroduzione nella nostra dieta è caldeggiata dai nutrizionisti per le particolari caratteristiche degli acidi grassi che contiene. In pratica, la dieta moderna ha un apporto di acidi grassi essenziali, cioè che non possiamo farci e che dobbiamo assumere con la dieta, che è sbilanciato verso gli acidi “infiammatori” (omega-6) a discapito di quelli “anti-infiammatori” (gli omega-3). Oggi questo rapporto è diventato di 20:1. La porcellana è ricchissima di acidi omega-3, ed è quindi particolarmente adatta alla dieta di persone in cui il miglioramento del profilo omega-6/omega-3 è molto utile (diabetici, cardiopatici).

Da qui il grande interesse della ricerca nutrizionale per questa pianta, che contiene anche altri composti benefici per la salute, come le mucillagini, responsabili della consistenza carnosa delle foglie e del loro utilizzo medicinale per lenire, applicate direttamente sulla pelle, il dolore di punture di insetti e di piccole ferite, od il prurito da foruncoli. Ma le virtù nutrizionali della porcellana non finisco qui, perché la pianta è anche ricca di vitamine, di flavonoidi, e di betalaine, una classe di pigmenti vicariante con gli antocianosidi e responsabile, nella porcellana, del colore rosso dei fusti e giallo dei fiori.La porcellana ha un’efficienza fotosintetica particolare, che esplica con due meccanismi diversi, cioè ha un sapore diverso al mattino rispetto alla sera, soprattutto quando il tempo è secco. La pianta del mattino è, effettivamente, molto più acidula di quella raccolta alla sera, perché, per via del dualismo fotosintetico particolare della pianta, di notte immagazzina anidride carbonica sotto forma di acido malico (l’acido che dà il sapore asprigno alla mela renetta), e di giorno lo trasforma poi in glucosio. La differenza di concentrazione di acido malico fra la pianta raccolta al mattino e quella raccolta alla sera è di circa 10 volte, per cui il sapore acidulo della porcellana ricorda una mela renetta al mattino, ed una mela golden alla sera. In pratica, la porcellana fa la fotosintesi trasformando l’anidride carbonica in acidi di notte, e poi, in presenza di luce, convertendo gli acidi in glucosio. Volendo trovare qualcosa di negativo nella pianta, citiamo due cose. La prima è la sua capacità di accumulare metalli pesanti, per cui non va mai raccolta in ambiente antropizzato, dove il suolo è contaminato, e la seconda è il suo contenuto elevato in acido ossalico, per cui non è indicata, almeno in grandi quantità, per chi soffre di problemi di reni.

Uso in cucina: Erba tappezzante, infestante, presente in tutti gli orti dove viene costantemente estirpata e buttata, può essere consumata cruda, sola o assieme a pomodori e porri, come insalata, o cotta per preparare frittate. I rametti tagliati a pezzettini possono essere conservati sottaceto o in salamoia e usati al pari dei capperi. Alcuni non amano la consistenza mucillaginosa della portulaca, ma questa sua proprietà può tornare vantaggiosa per fare raddensare minestre e stufati. La portulaca è un ingrediente

fondamentale di piatti tipici, soprattutto in Messico e Giappone, e non può mancare nella classica insalata greca. La si può consumare in insalata, bollita, o fritta, con una versatilità culinaria notevole, e solo il suo comportamento infestante la fa accomunare alle erbacce e non alle verdure.

 Ricetta di Vellutata di Portulaca

Ingredienti:

  • 200 grammi di foglie di portulaca
  • 4 acciughe
  • un pizzico di sale
  • olio extra vergine di oliva
  • 1 cucchiaio di aceto bianco
  • 1 peperoncino leggermente piccante

Procedimento

  1. Lavate molto bene la portulaca e cuocerla in poca acqua.
  2. Scolate bene la portulaca e lasciatela asciugare 
  3. Pulite le acciughe privandole delle lische.
  4. In un mixer, unite acciughe e portulaca. A velocità bassa frullate il tutto aggiungendo l’olio extra vergine di oliva e l’aceto.
  5. Per insaporire, aggiungete un pizzico di sale.
  6. Se vi piacciono i sapori forti, aggiungete al mixer un peperoncino leggermente piccante.

Varianti
Il peperoncino può essere sostituito da pepe verde, nero o rosa, in base alle preferenze del vostro palato. Potete aggiungere una grattata di noce moscata o cinque grammi di zenzero

FOTO FITOALIMURGIA1

FITOALIMURGIA

FITOALIMURGIA.

Per molti questa parola è sconosciuta, perché molti vocabolari la escludono. L’etimo di alimurgia deriva dalla contrazione del latino “alimenta urgentia”, cioè nutrimento in caso di necessità, a cui è stato aggiunto il prefisso fito per indicare che si tratta di piante. Molte parole latine derivano a loro volta dal greco dove “alymos” = alimento è formato da “lymos” = fame e dal prefisso “a” con funzione privativa per cui alimento che fa sentire senza fame. “Urgentia” deriva dal greco “ergon” = attività e così “alimurgia” sta a significare  “attività che calma la fame”. La prima comparsa ufficiale della parola fu nel 1767 quando venne pubblicato un libro con le notizie riguardanti ciò che veniva usato dalla popolazione per sfamarsi durante le carestie (era appena passata quella del 1764), le pestilenze, le guerre, le calamità naturali; eventi che impedivano la consueta coltivazione dei campi con relativo raccolto. Chi scrisse questo De Alimenta Urgentia con sottotitolo “alimurgia”, ovvero modo di rendere meno gravi le carestie, proposto per il sollievo dei popoli fu Giovanni Targiotti-Tozzetti, medico fiorentino allievo del botanico Pier Antonio Micheli e custode del Giardino dei Semplici di Firenze, che era molto attento alle necessità del popolo anche al di fuori dei problemi strettamente terapeutici e che, perciò, entrò in polemica con la classe medica intollerante di tale scelta. L’opera di Targetti-Tozzetti rimase nella storia e fu ripescato alla fine dell’ultimo conflitto quando, nei paesi dell’Est Europeo e specialmente in Jugoslavia, si sviluppò una capillare ricerca per raccogliere notizie e indicazioni su tutto ciò che il popolo aveva mangiato durante la fame di quei giorni bui. La ricerca in campo botanico fu coordinata e diretta dal professor Tukakov dell’Università di Belgrado che, isolandosi in un territorio abbastanza ampio con molti suoi allievi nutrendosi per alcuni mesi di sole piante spontanee sperimentando e confermando, se era il caso, le informazioni popolari. Questo lavoro servì per redigere una carta fitogeografica utile per conoscere la reperibilità dei vegetali spontanei. Contemporaneamente una commissione USA raccoglieva notizie sulle piante spontanee eduli, usate in Europa; tutto ciò per aggiornare quei manuali di sopravvivenza in dotazione alle truppe da sbarco.

FOTO FITOALIMURGIA2

Amarantus retroflexus1

L’AMARANTO PIANTA ALIMENTARE DEL FUTURO

Lo scopo della presentazione di questa pianta, ritenuta una delle erbe più infestanti degli orti e dei campi sarchiati, è quello di dargli il giusto riconoscimento, facendo conoscere le sue eccellenti proprietà nutrizionali, medicinali e gastronomiche.
Nome scientifico: Amaranthus retroflexus L. ,
Famiglia: Amarantacee
Nome volgare più usato: Amaranto comune.
ETIMOLOGIA:
Amaranto è un termine di derivazione greca, che significa “che non appassisce” e che fa riferimento alle proprietà dei suoi fiori di conservare a lungo il loro colore anche dopo l’essicamento. Esistono più di 50 varietà di Amaranto, molte delle quali hanno dei fiori vistosamente rossi, e per questa ragione il nome amaranto ha finito per acquisire una valenza cromatica, come è successo anche al termine indaco, che in origine faceva semplicemente riferimento all’India, luogo di origine della pianta da cui si otteneva il colore.
DESCRIZIONE
Pianta erbacea annuale di color verde pallido. Pannocchia densa con la spiga terminale poco più lunga della laterali. La pianta adulta, eretta e ramificata sin dalla base, assume forma di cespuglio raggiungendo un’altezza media di 80-100 cm; tuttavia, le dimensioni sono assai variabili in relazione alle condizioni del terreno e possono anche arrivare a 2 m in terreni molto fertili, così come non possono superare i pochi centimetri in situazioni avverse. L’apparato radicale è fittonante e si sviluppa a profondità notevoli. L’amaranto si riproduce solo per seme e una pianta può arrivare a produrne fino a 1 milione (mediamente oltre 200.000) che rimangono vitali nel terreno per circa 20 anni. La germinazione è stimolata dalla luce perciò il seme deve trovarsi in superficie. L’ Amaranto cresce bene anche in terreni aridi, perché, diversamente da mais e riso, ha scarse esigenze idriche.
PROPRIETA’ NUTRIZIONALI
Il valore nutrizionale dei semi è, a dir poco, eccezionale. Sono ricchi di proteine ad alta digeribilità, superiore addirittura a quelle del latte, e con grande contenuto di lisina, un amminoacido essenziale, che nei cereali è carente. Questa è la ragione per cui i semi di amaranto sono spesso combinati alle graminacee, il cui profilo nutrizionale è completato dalla presenza di lisina e di mucillaggini nei semi di amaranto. A loro volta, i cereali migliorano il profilo dell’amaranto con il loro contenuto in due amminoacidi (trenonina e leucina) di cui l’amaranto è carente. L’effetto globale è quello di una sinergia nutrizionale, con inoltre un effetto salutistico legato alla presenza di mucillaggini dell’amaranto. Nessuna sorpresa quindi che l’amaranto sia considerato la “Pianta alimentare del futuro”. L’Amaranto inoltre non contiene glutine ed è quindi una valida alternativa per chi soffre di allergie o intolleranze ai cereali convenzionali. In India dove un’altissima percentuale di bambini soffre di carenza di ferro, spesso vengono inserite nella dieta le foglie di amaranto, che ne contengono molto più degli spinaci. Utile per l’alimentazione vegana: grazie alla sua abbondanza di proprietà nutritive ed alla presenza di proteine, è un valido ingrediente nella dieta di tutte quelle persone che per un motivo o per l’altro decidono di non mangiare più alimenti di origine animale. Recenti studi sostengono che le proteine presenti in questo cereale sono le più nutrienti tra quelle di origine vegetale e possono essere considerate alla pari di quelle di origine animale.
Da analisi chimiche l’Amaranto risulta contenere:
11 % d’acqua, il 14 % di proteine, il 7 % di grassi, il 57 % di amido, l’1,9 % di zuccheri, il 6,7 % di fibre alimentari ed il 2,9 % di ceneri e beta-carotene.
Minerali: calcio, fosforo, magnesio, potassio, zinco, rame, manganese, sodio, selenio, e ferro.
Vitamine: vitamina A, vitamine B1, B2, B3, B5, B6, vitamina C, vitamina E e J.
Aminoacidi: arginina, tirosina, treonina, lisina, cistina, triptofano, glicina, fenilalanina, valina, leucina, istidina, serina, acido glutammico, alanina e acido aspartico.

PROPRIETA’ SALUTARI.
L’amaranto è povero in sodio e non contiene grassi saturi. Si tratta di un prodotto favorevole a chi fa dieta, inoltre riduce i possibili picchi di insulina che derivano dalla sua assunzione, avendo un Indice Glicemico più basso grazie alla maggiore presenza proteica e al contenuto più elevato di fibra indigeribile. Essendo a base di fibre insolubili (cellulosa, emicellulose, lignina) che aumentano la massa fecale accelerandone il transito intestinale, l’amaranto aiuta a combattere la stitichezza.
Uno studio pubblicato su Lipids in Health and Disease, nel gennaio del 2007 ha dimostrato che, l’Amaranto, grazie al suo alto contenuto di fitosteroli, è in grado di contrastare la formazione di colesterolo cattivo LDL e dei trigliceridi.
Inoltre la fibra ed i fitonutrienti presenti nell’Amaranto, sono in grado di abbassare la pressione sanguigna mentre gli oli ed peptidi avrebbero proprietà antinfiammatorie.
Il buon contenuto di lisina, aminoacido essenziale non sempre presente nelle verdure e nei cereali, aiuta l’organismo ad assorbire il calcio ed a produrre energia. Una ricerca australiana pubblicata su European Journal of Clinical Nutrition ha dimostrato che le foglie di amaranto contengono buoni livelli di beta-carotene.
IN CUCINA
L’amaranto è una fra le poche piante completamente eduli, dalle foglie ai semi ed alle radici. Il suo gusto ricorda quello degli spinaci, delle nocciole e del latte fresco. Le giovani piante possono essere consumate intere, sia crude che lessate, mentre i semi si possono grigliare o ridurre in farina poi utilizzata per prodotti da forno e panificazione. La farina di amaranto non contiene glutine, quindi è adatta ai celiaci, ma proprio per la mancanza del glutine non lievita bene, e quindi non può essere panificata in purezza, ma solo mescolata con farina di grano od altri cereali con glutine (kamut, farro).
Si parla sovente di sovrappopolazione del mondo, e delle crisi alimentari che dovremo affrontare in un futuro forse prossimo, ed è curioso pensare che la scienza abbia identificato in questa pianta che fa proprio nulla per farsi notare una delle possibili soluzioni. Il futuro è, letteralmente, a portata di mano, e quello che la nostra mano oggi strappa e butta via, potrebbe in futuro diventare vitale. Vogliamo ricordare ancora che “le erbacce” sono semplicemente delle piante di cui non abbiamo ancora imparato a conoscerne le virtù.
Alcune ricette con l’uso dell’amaranto:
GNOCCHI CON SPINACI DI MONTAGNA
Ingredienti:

Foglie di Spinacio di monte (Chenopodium bonus-enricus) o di Farinello ( Chenopodium album).
Foglie di Amaranto in quantità maggiore dello spinacio di monte o del farinello
Qualche foglia di salvia
Farina di grani antichi Bio (Verna, Senatore Cappelli, Etrusco,..)
Ricotta di pecora Bio
Uova
Noce moscata
Grana padano
Burro e panna.
Procedimento:
Cuocere in acqua salata le erbe
Scolare e tritare le erbe cotte, riducendole in poltiglia
Aggiungere la farina, le uova e un pò di ricotta per ottenere un impasto omogeneo
Insaporire con sale, grana grattugiato, noce moscata.
Preparare gli gnocchi in un formato non molto grande.
Condire con una crema al formaggio preparata amalgamando insieme e delicatamente il burro, panna e del buon pecorino di montagna.

CROCCHETTE FRITTE DI PATATE E AMARANTO
Ingredienti:
1 Kg di patate farinosee asciutte
Una bella manciata di foglie di Amaranto.
100 gr di formaggio grattugiato
2-3 uova
Farina di grani antichi
Prezzemolo tritato, sale, pepe, aglio, trito di piante aromatiche (Maggiorana, Timo, ecc..)
Procedimento:
Lessare separatamente le patate e l’amaranto in acqua salata.
Pelare e schiacciare le patate
Scolare, strizzare e tritare l’amaranto
Fare riposare il tutto poi unire patate, amaranto, formaggio grattugiato, uova, prezzemolo, trito di aromatiche, sale e pepe.
Mescolare bene e se l’impasto risulta troppo morbido aggiungere un po di farina di grani antichi.
Fare delle crocchette di forma sferica e poi un poi un po’ appiattita
Passarle nella farina
Friggerle in olio bollente in una larga padella, girandole da entrambi i lati fino a doratura
Asciugare su carta assorbente e servire
CURIOSITA’
Da tempo si è verificata una importante controversia salutistica , cioè la cancerogenicità del colorante amaranto. La pianta non c’entra nulla, e si tratta di un colorante sintetico il cui colore è ispirato a quello dei fiori di alcune varietà di amaranto. Negli anni settanta, il divieto di usare il colorante amaranto, un sospetto cancerogeno, in cibi e cosmetici divenne una causa ambientalista famosa negli USA. Alla fine, il colorante fu vietato, anche se le prove di tossicità erano alquanto dubbie, e la decisione fu probabilmente presa sull’onda emotiva della campagna stampa. Forse tutte queste energie per un futuro più salubre avrebbero potuto essere spese per una causa migliore. L’amaranto di sintesi, oggi è usato per colorare di rosso gli alimenti ed è ancora permesso nella Comunità Europea, dove è noto come E123.

GRUPPO PARTECIPANTI ALLA RICERCA SUL CAMPO
Tarassaco

Tarassaco

DOMENICA 19 NOVEMBRE 2017

I° CORSO AUTUNNALE SULLE ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE.

LA STAGIONE  CALDA E LE ULTIMISSIME PIOGGE HANNO FAVORITO UNA ECCELLENTE CRESCITA
DELLE MIGLIORI ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE.

E’ POSSIBILE RACCOGLIERE LE MIGLIORI ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE COME
RAPONZOLI, GINESTRELLA, PIMPIMPINELLONE, PIMPINELLA, RAPASTELLA BIANCA, RAPASTELLA GIALLA, COTECACCHIE, GRUGNI AMARI, ECC.

LA GIORNATA SI SVOLGERA’ CON IL SEGUENTE PROGRAMMA:

ORE 9.00 ARRIVO IN SEDE ED ISCRIZIONE ALL’ ACCADEMIA ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE.

ORE 9.30 INIZIO PRESENTAZIONE DAL VERO DELLE ERBE 

ORE 10.30 USCITA SUL CAMPO ALLA RICERCA E RICONOSCIMENTO DELLE ERBE 

ORE 12.00 RIENTRO IN SEDE E SHOW-COOKING CON LE ERBE CAMPAGNOLE RACCOLTE

ORE 13.00 DEGUSTAZIONE IN PIEDI CON  PRODOTTI TIPICI UMBRI ED ERBE SPONTANEE

COSTO :
€ 10,00 QUOTA ASSOCIATIVA (OBBLIGATORIA)
€ 15,00 DEGUSTAZIONE (FACOLTATIVA)
€ 5,00 DEPLIAND “LE BUONE ERBE” (FACOLTATIVA)

SI ACCETTANO LE PRIME 25 ISCRIZIONI

LA SEDE DEL CORSO VERRA’ COMUNICATA ENTRO IL 15 NOVEMBRE 2017

Per accettazione ed iscrizione al corso :

email: luciano.loschi@gmail.com
cell.:   3936622189 (Luciano Loschi)

 

 

albero di giuda

Fiori dell’ Albero di Giuda

Albero di Giuda
chiamato anche  Siliquastro

Nome scientifico: Cercis siliquastrumL. 1758

Famiglia : Fabaceae (leguminose)

E’ un albero utilizzato come pianta ornamentale nei giardini e per le alberature stradali, grazie alla sua resistenza all’atmosfera cittadina. Il siliquastro si trova sparso in tutto l’areale appenninico di bassa quota, fino ad un massimo di 500m circa. È una pianta tipica dei boschi di latifoglie, prediligendo quelli misti in associazione a  quercia, orniello e altre piante arboree. Il siliquastro cresce difficilmente in boschi umidi e ombrosi, mostrando elevata capacità di adattamento e arrivando a colonizzare sia pendii aridi e scoscesi sia addirittura luoghi sassosi, come cave e pareti rocciose naturali. Questa pianta preferisce i terreni calcarei e sassosi, senza ristagno idrico ma tollera anche quelli moderatamente acidi. Abbastanza resistente al freddo. Gradisce un’esposizione in pieno sole, possibilmente protetta dai venti; si sviluppa prevalentemente in pianura, preferendo i climi miti a quelli rigidi. In età avanzata può raggiungere anche gli 8 m, anche se solitamente le sue dimensioni sono più contenute: tra i quattro e i cinque metri.

Etimologia:

Il nome comune del Cercis siliquastrum è associato alla leggenda del suicidio di Giuda. Si pensa, infatti, che l’apostolo, preso dal rimorso per aver tradito Gesù, si sia impiccato proprio sul ramo di un albero appartenente a questa specie. Questa leggenda si diffuse in epoca precristiana e continuò a persistere anche dopo il cristianesimo e durante il Medioevo. Il nome botanico della pianta deriva invece dal greco “kerkis”, che significa ‘navicella’, e dal latino “siliqua”, che significa ‘baccello’, in riferimento alla forma dei frutti dell’albero.
Fiori da mangiare

I fiori dell’albero di Giuda di colore rosa porpora, fioriscono a fine marzo – aprile; in questi giorni di fine aprile la sua fioritura è nel pieno e conviene approfittarne per gustarli al meglio. I fiori possono essere raccolti e mangiati, sia fritti in pastella sia mescolati freschi a insalate. C’è chi li conserva in salamoia come i capperi per poi usarli in zuppe o piatti alla pizzaiola e c’è chi li conserva sottaceto.
Al termine della fioritura, l’albero di Giuda sfoggerà i suoi frutti, si tratta di legumi appiattiti, lunghi circa 10 cm e larghi quasi 2 cm infatti l’albero di Giuda fa parte della stessa famiglia di fagioli e piselli, è una Leguminosa.

Fiori dell’albero di Giuda fritti

Ingredienti:

2 manciate di fiori dell’albero di Giuda,
olio per friggere,
sale o zucchero.

Procedimento:

In una padella mettere l’olio evo o di semi, quando è ben caldo mettere i fiori dell’albero di Giuda, farli friggere a fiamma alta per alcuni minuti, quando sono ben croccanti scolarli in carta assorbente, cospargerli con sale o zucchero a secondo dei propri gusti. Servirli molto caldi.

Sorbetto ai fiori dell’albero di Giuda

Ingredienti:

400g di fiori
300 cc acqua
150g zucchero
1 bicchiere vodka
200cc panna fresca

Procedimento:

Portare ad ebollizione l’acqua insieme allo zucchero, versare i fiori senza gli steli. Raffreddare, e quando lo sciroppo sarà freddo unire la vodka, quindi mettere in congelatore a gelare. Dividere il sorbetto in bicchierini monodose decorati con buccia di arancia o limone e fiori freschi

fiore albero di giuda silique albero giuda