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IL FINOCCHIO SELVATICO

Foeniculum vulgare Mill.

Il finocchio selvatico è una pianta spontanea, perenne, dal fusto ramificato, alta fino a 2 m. Possiede foglie che ricordano il fieno (da cui il nome foeniculum), di colore verde e produce in estate ombrelle di piccoli fiori gialli. Seguono i frutti (acheni), prima verdi e poi grigiastri. Del finocchio selvatico si utilizzano i germogli, le foglie, i fiori e i frutti (impropriamente chiamati “semi”).

La raccolta del fiore del finocchio selvatico avviene appena il fiore è “aperto”, normalmente a partire dalla metà d’agosto fino a settembre inoltrato. Il fiore si può usare fresco o si può essiccare, all’aperto, alla luce, ma lontano dai raggi diretti del sole, che farebbero evaporare gli olii essenziali.

In fitoterapia

Si utilizzano i frutti secchi o l’olio essenziale. Contiene: anetolo (da cui dipende il suo aroma), fenconechetone anisicodipinenecanfenefellandrenedipentene e acido metilcavicolo. L’uso principale (come per le piante simili anice verde e carvi) è quello carminativo, cioè che aiuta ad eliminare i gas intestinali e contemporaneamente ne previene la formazione. Pertanto è utilizzato per chi ha difficoltà digestive, aerofagia, e può essere utile per ridurre la componente dolorosa della sindrome da colon irritabile. Particolarmente indicato nell’allattamento perché, in quanto galattoforo, aumenta la produzione del latte e contemporaneamente previene le coliche d’aria nei bambini. Oltre a ciò sono state riconosciute al finocchio qualità di emmenagogo (in grado di stimolare l’afflusso di sangue nell’area pelvica e nell’utero, e, in alcuni casi, di favorire la mestruazione), diureticoantiemetico (diminuisce nausea e vomito), aromaticoantispasmodicoantinfiammatorio, tonico epatico.

In Cucina

Del finocchio selvatico, chiamato in cucina anche “finocchina” o “finocchietto”, si usano sia i fiori freschi o essiccati, sia i frutti o “diacheni”, sia le foglie (o “barba”), sia i rametti più o meno grandi utilizzati per cucinare le lumachine di mare o per conciare le olive sotto sale accompagnato con peperoncino e aglio; le foglie si usano fresche e sminuzzate per insaporire minestre, piatti di pesce, insalate e formaggi: nella “pasta con le sarde“, nota ricetta siciliana, le foglie del finocchio selvatico sono uno degli ingredienti essenziali.

I fiori si usano per aromatizzare le castagne bollite, i funghi al forno o in padella, le olive in salamoia e le carni di maiale (in particolare la “porchetta” dell’Umbria). I cosiddetti “semi” si usano soprattutto per aromatizzare ciambelle o altri dolci casalinghi e per speziare vino caldo o tisane. Fanno inoltre parte della ricetta di un biscotto tipico del Piemonte, il finocchino. È in uso nelle regioni costiere del Tirreno, un “liquore di finocchietto”, per il quale s’utilizzano i fiori freschi e/o i “semi” e le foglie.

Curiosità
L’espressione “lasciarsi infinocchiare” deriva dall’abitudine dei cantinieri di offrire spicchi di finocchio orticolo a chi si presentava per acquistare il vino custodito nelle botti. Il grumolo infatti contiene sostanze aromatiche che modificano leggermente la percezione dei sapori, rendendo saporito il successivo assaggio di un vino di qualità scadente o prossimo all’acetificazione.

La comune distinzione tra finocchio femmina e finocchio maschio è solo formale: il primo è di forma allungata e il secondo di forma tondeggiante. Il cosiddetto finocchio maschio, più apprezzato sotto l’aspetto merceologico perché meno fibroso e più carnoso, si ottiene grazie al concorso di fattori ambientali associati alla natura del terreno e alla sua sistemazione superficiale e a un’adeguata tecnica colturale.

Ricette di cucina:

Le infiorescenze giovani, denominate nel Salento “caruselle” (termine che significa appunto, giovinetta), possono essere gustate nelle insalate primaverili, anche se in dosi minime a causa del loro gusto fortemente aromatico, se invece vengono messe, sott’aceto, possono essere utilizzate per tutto l’anno come contorno al lesso, nonché come ingrediente dei sughi alla pizzaiola, nella farcitura delle focacce rustiche e ancora nella farcitura dei panini in accompagnamento al tonno e al provolone, nonché nella guarnitura di bruschette e friselle.

La conservazione in sott’aceto è semplicissima:

Si sterilizzano dei vasi di vetro
Si raccolgono le “Caruselle”, cioè i frutti ancora verdi

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Si mettono nel vaso di vetro e si aggiunge aceto bianco salato

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Si lasciano in infusione per circa 1 mese per essere usati come contorno al lesso, nonché come ingrediente dei sughi alla pizzaiola, nella farcitura delle focacce rustiche e ancora nella farcitura dei panini in accompagnamento al tonno e al provolone, nonché nella guarnitura di bruschette e friselle.

Pasta con le sarde alla siciliana e finocchietto selvatico

Questa è la più tipica delle ricette siciliane e rappresenta il trionfo della cucina mediterranea.

Ingredienti:

  • 1 cipolla;
  • 1 spicchio d’aglio;
  • 1 cucchiaio di pinoli;
  • 150 g di finocchio selvatico;
  • un cucchiaio di concentrato di pomodoro;
  • 300 g di sarde;
  • 4 acciughe salate;
  • 400 g di pasta;
  • olio d’oliva;
  • pepe;
  • sale
  • pangrattato

Procedimento:

Pulite le sarde, diliscatele ed eliminate la testa. Fate rosolare un spicchio di aglio in padella, aggiungete le sarde tagliate grossolanamente e fate saltare per qualche minuto.
Lavate il finocchietto selvatico e lessatelo in abbondante acqua.
Scolatelo e tagliatelo grossolanamente.
Nella stessa acqua del finocchio fate cuocere i bucatini e scolateli al dente.
In un tegame con olio bollente mettete la cipolla tritata, fatela rosolare e aggiungete il finocchio, i filetti d’acciuga spezzettati, i pinoli, il concentrato di pomodoro, sale, pepe. Aggiungete le sarde ed amalgamate il tutto.
A parte, in una padella antiaderente, fate tostare un po’ di pangrattato. Unite la pasta al condimento e spolverizzate con il pangrattato.

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LA PASTINACA

Pastinaca sativa L.

Sottospecie presenti in Italia:
Pastinaca sativa L. subsp. Sativa che si distingue per fusti angolosi, pelosità ridotta x peli sparsi, foglie con segmenti con base cuneata. Coltivata per uso alimentare e spesso inselvatichita

Pastinaca sativa L. subsp. Sylvestris (Mill.) Rouy & E.G. Camus che si distingue per pelosità densa, foglie grigio pubescenti con segmenti che alla base spesso sono cordati

Pastinaca sativa L. subsp. Urens (Reg. ex Godr.) Celak. che si distingue per fusto cilindrico o appena striato quasi liscio, ombrella terminale a 5÷7 raggi, non o poco maggiore delle laterali.

Famiglia: Apiaceae

Descrizione: Pianta biennale, erbacea, dall’odore pungente, con radice a fittone, affusolata, giallo chiara, carnosa, che nel primo anno produce soltanto un ciuffo di foglie dal quale poi, nel secondo si sviluppa il fusto cavo, angoloso, scanalato, pubescente e ramificato in alto di 40÷120 cm.
Le foglie basali sono dotate di un lungo picciolo inguainante il fusto, sono pennate con 5÷11 foglioline ovali con apice acuto e margine dentato e talvolta inciso in due lobi. Le foglie caulinari sono alterne, le superiori sessili ed amplessicauli e con numero inferiore di foglioline.
I fiori ermafroditi, di colore giallo oro, sono raccolti in ombrellette che a loro volta formano grosse ombrelle del diametro assai variabile da 5÷8 cm e con 5÷15 raggi, mancanti dell’involucro e involucretto, i peduncoli delle ombrelle laterali sono più lunghi di quelle centrali e l’ombrella superiore è sensibilmente più grande di quelle sottostanti.
Fioritura: luglio÷agosto

Habitat: In Italia è comune in tutte le regioni, vegeta nei prati, bordo strada, coltivi , scarpate, terreni limosi e ricchi di sostanze azotate, dal piano fino a 1600 m s.l.m.

Etimologia: Il nome del genere deriva dal latino “pastus” = nutrimento e indica la commestibilità della radice; l’epiteto specifico deriva dal latino “sativum” = coltivato.
Proprietà ed utilizzi:
Specie commestibile officinale.
Contiene olio essenziale, sostanze grasse, furocumarina, pectine, carboidrati, vitamina C.
Pastinaca sativa un tempo era usata nella medicina popolare come diuretico e digestivo.
La Pastinaca è nota soprattutto per le proprietà alimentari delle sue radici, che oltre ad essere ricche di proteine, amidi e zuccheri, hanno un gradevole sapore simile a quello delle carote; la tradizione popolare ritiene la Pastinaca un cibo utile alle persone deboli, anziane o convalescenti.
È un ottimo alimento dietetico, infatti 100 g di radice, corrispondono a 22 kcal e contengono 12 g di fibre.
Le estremità delle ramificazioni possono essere impiegate come spezia.
Gli antichi romani attribuivano alla Pastinaca proprietà afrodisiache e spesso la cucinavano con il miele.
La radice viene impiegata, soprattutto nel nord Europa in molte preparazioni alimentari e anche in bevande fermentate tipo birra.
Il suo uso è andato scemando con la scoperta dell’America e delle patate che l’hanno gradatamente sostituita, gli inglesi che la chiamano “parsnip “continuano ad usarla, mangiandola durante tutto l’inverno, raccolta dopo le gelate.
Un tempo i fiori erano impiegati per tingere di colore giallo la lana.
Attenzioni per il raccolto ed il consumo:
Pastinaca sativa subsp. urens (Req. ex Godr.) Čelak può provocare dermatiti da contatto e può essere responsabile, in soggetti particolarmente sensibili, di ustioni di 2° grado.
Questa sottospecie ma anche le Pastinache in generale contengono furanocumarina, una sostanza che può provocare reazioni cutanee aggravate per fotosensibilizzazione, sotto gli effetti dei raggi solari.
A questo proposito è stato accertato da ricercatori dell’ Università dell’ Illinois, che la Pastinaca sativa, quando è aggredita da piccolo ma vorace bruco (Trichoplusia ni) produce nelle zone circostanti a quella del morso, una quantità 80 volte superiore alla norma di furanocumarina, sostanza che produce a scopo difensivo.
Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare

Elicrisio 1

Elicrisio – La pianta liquirizia

Helichrysum italicum L.

Famiglia: Asteraceae

Nome italino: Elicriso  
Il suo nome deriva dal greco elios=sole e chrysos=oro, pianta solare per il colore dei suoi fiori e l’habitat che predilige per la sua crescita. É una asteracea, di facile riconoscimento, gli steli e le foglie di forma lanceolata hanno un colore verde, verde grigiastro, al tatto sono vellutati. Il loro delizioso profumo è inconfondibile, un mix di camomilla, menta e liquirizia insieme. Per questa sua proprietà l’elicriso in molte regioni italiane è chiamato volgarmente liquirizia, da non confondere però con la pianta della liquirizia.

elicriso fiori

La fioritura avviene tra giugno e luglio, i fiori vanno raccolti quando sono ben aperti ma ancora ben freschi, il periodo migliore per la loro raccolta va dal 21 giugno a tutto settembre. I fiori vanno essiccati al buio e al caldo, appesi a mazzetti a testa in giù o per circa 10 ore a 40° con un essiccatore elettrico, avremo così anche da diffusione delle sue essenze.

L’elicriso è particolarmente benefico per tutti i tipi di herpes e di eczemi, irritazioni della pelle, dermatiti, psoriasi. Ha un buon effetto antirughe ed elasticizzante ed è utile, in sinergia con altre piante come l’iperico o la calendula, nei trattamenti delle scottature e delle ferite.

É un ottimo antistaminico naturale, utile per tutti i tipi di allergie ma attivo soprattutto sulle dermatiti allergiche e da contatto, sulle quali agisce sia dall’interno che dall’esterno. Per uso interno l’ideale è la tintura madre perché l’infuso ha un sapore un po’ forte e non molto gradevole, per uso esterno invece l’oleolito è il miglior metodo, ottimo da solo, miscelato ad altri oli sinergici o come base per unguenti.

Per fare l’oleolito si raccolgono i capolini con delle forbici mettendoli direttamente in un vaso di vetro, nel caso in cui siano umidi  si mettono stesi in un piatto e lasciati asciugare. Il vaso di vetro va riempito fino a 2 cm dal bordo, poi si coprono con d’olio extra-vergine d’oliva con estrazione a freddo.

Diversi sono i metodi per ottenere l’oleolito, c’è chi dice che solo l’oleolito di iperico si fa da pianta fresca e tutti gli altri vanno fatti da pianta essiccata, chi dice che solo l’iperico si espone alla luce del sole, le altre piante invece vanno protette dai raggi e devono prendere solo il calore. Noi crediamo che la pianta fresca dia di più rispetto alla pianta essiccata e che il sole favorisca il passaggio dei principi attivi dalla pianta al solvente oleoso. Dopo averlo mescolato bene si lascia macerare per circa 20 giorni al sole, la sera si ritira in casa. In giornate molto calde, durante le ore centrali e meglio ritirarlo in casa. Dopo i venti giorni di macerazione si filtra con un colino a maglia finissima per eliminare il grosso della pianta, strizzandola bene per estrarre tutto l’olio assorbito. Poi si fa una seconda filtratura usando un imbuto e un pezzo di tessuto o un filtro da caffè americano. Il procedimento richiede molto tempo ma alla fine si otterrà un oleolito molto limpido. Il prodotto andrà conservato  in un ambiente buio e fresco per un anno circa. Il profumo è molto piacevole e potrebbe essere potenziato aggiungendo circa dieci gocce di olio essenziale di elicriso (dose per un barattolo da 250 ml), ciò renderà il suo effetto terapeutico più potente.

In cucina il suo sapore ricorda il curry, le foglie di elicriso sono da consumare essiccate, perchè fresche hanno un retrogusto leggermente amaro. Insaporiscono riso, carne, pollo e verdure: un rametto di elicriso inserito sotto la pelle del pollame al forno donerà un delicato tono speziato.

L’elicriso si aggiunge a misti di erbe aromatiche per dare un tocco speziato e esotico come il misto aromatico orientale.

Provate a aggiungere dell’elicriso tritato al chutney (salsa di accompagnamento agrodolce e per questo contiene frutta o verdura più zucchero e aceto per conferire alla salsa proprio un sapore caratteristico) e impasti per frittelle, o mettete qualche rametto di elicriso nel pollo al forno.

I fiori di elicriso essiccati e mixati con fiori di finocchio selvatico sono un ottimo ingrediente per le tisane.

Jpeg

LA PORTULACA UNA PANACEA NELL’ORTO

 Portulaca oleracea L.

Famiglia: Portulacacee

Nome volgare: Porcellana, Porcacchia, Erba grassa

Caratteristiche morfologiche :
Pianta annuale carnosa (10 – 30 cm) con fusto rossiccio, strisciante. Fioritura giugno – settembre con piccoli fiori gialli

Habitat: Campi, orti, luoghi incolti; suoli sabbiosi e detritici, da 0 a 1.700 m.

 

 

Jpeg

 

Caratteristiche nutrizionali: E’ una delle erbe più salutari, ha prorietà antiscorbutiche, depurative e diuretiche. Per uso esterno viene usata contro dermatiti, orticarie, foruncoli, punture di api ed eczema. Droga usata: foglie, parte aerea. Nelle foglie è stata accertata la presenza di acidi grassi omega-3, utili per prevenire attacchi cardiaci e aumentare le difese immunitarie. La sua reintroduzione nella nostra dieta è caldeggiata dai nutrizionisti per le particolari caratteristiche degli acidi grassi che contiene. In pratica, la dieta moderna ha un apporto di acidi grassi essenziali, cioè che non possiamo farci e che dobbiamo assumere con la dieta, che è sbilanciato verso gli acidi “infiammatori” (omega-6) a discapito di quelli “anti-infiammatori” (gli omega-3). Oggi questo rapporto è diventato di 20:1. La porcellana è ricchissima di acidi omega-3, ed è quindi particolarmente adatta alla dieta di persone in cui il miglioramento del profilo omega-6/omega-3 è molto utile (diabetici, cardiopatici).

Da qui il grande interesse della ricerca nutrizionale per questa pianta, che contiene anche altri composti benefici per la salute, come le mucillagini, responsabili della consistenza carnosa delle foglie e del loro utilizzo medicinale per lenire, applicate direttamente sulla pelle, il dolore di punture di insetti e di piccole ferite, od il prurito da foruncoli. Ma le virtù nutrizionali della porcellana non finisco qui, perché la pianta è anche ricca di vitamine, di flavonoidi, e di betalaine, una classe di pigmenti vicariante con gli antocianosidi e responsabile, nella porcellana, del colore rosso dei fusti e giallo dei fiori.La porcellana ha un’efficienza fotosintetica particolare, che esplica con due meccanismi diversi, cioè ha un sapore diverso al mattino rispetto alla sera, soprattutto quando il tempo è secco. La pianta del mattino è, effettivamente, molto più acidula di quella raccolta alla sera, perché, per via del dualismo fotosintetico particolare della pianta, di notte immagazzina anidride carbonica sotto forma di acido malico (l’acido che dà il sapore asprigno alla mela renetta), e di giorno lo trasforma poi in glucosio. La differenza di concentrazione di acido malico fra la pianta raccolta al mattino e quella raccolta alla sera è di circa 10 volte, per cui il sapore acidulo della porcellana ricorda una mela renetta al mattino, ed una mela golden alla sera. In pratica, la porcellana fa la fotosintesi trasformando l’anidride carbonica in acidi di notte, e poi, in presenza di luce, convertendo gli acidi in glucosio. Volendo trovare qualcosa di negativo nella pianta, citiamo due cose. La prima è la sua capacità di accumulare metalli pesanti, per cui non va mai raccolta in ambiente antropizzato, dove il suolo è contaminato, e la seconda è il suo contenuto elevato in acido ossalico, per cui non è indicata, almeno in grandi quantità, per chi soffre di problemi di reni.

Uso in cucina: Erba tappezzante, infestante, presente in tutti gli orti dove viene costantemente estirpata e buttata, può essere consumata cruda, sola o assieme a pomodori e porri, come insalata, o cotta per preparare frittate. I rametti tagliati a pezzettini possono essere conservati sottaceto o in salamoia e usati al pari dei capperi. Alcuni non amano la consistenza mucillaginosa della portulaca, ma questa sua proprietà può tornare vantaggiosa per fare raddensare minestre e stufati. La portulaca è un ingrediente

fondamentale di piatti tipici, soprattutto in Messico e Giappone, e non può mancare nella classica insalata greca. La si può consumare in insalata, bollita, o fritta, con una versatilità culinaria notevole, e solo il suo comportamento infestante la fa accomunare alle erbacce e non alle verdure.

 Ricetta di Vellutata di Portulaca

Ingredienti:

  • 200 grammi di foglie di portulaca
  • 4 acciughe
  • un pizzico di sale
  • olio extra vergine di oliva
  • 1 cucchiaio di aceto bianco
  • 1 peperoncino leggermente piccante

Procedimento

  1. Lavate molto bene la portulaca e cuocerla in poca acqua.
  2. Scolate bene la portulaca e lasciatela asciugare 
  3. Pulite le acciughe privandole delle lische.
  4. In un mixer, unite acciughe e portulaca. A velocità bassa frullate il tutto aggiungendo l’olio extra vergine di oliva e l’aceto.
  5. Per insaporire, aggiungete un pizzico di sale.
  6. Se vi piacciono i sapori forti, aggiungete al mixer un peperoncino leggermente piccante.

Varianti
Il peperoncino può essere sostituito da pepe verde, nero o rosa, in base alle preferenze del vostro palato. Potete aggiungere una grattata di noce moscata o cinque grammi di zenzero

GRUPPO PARTECIPANTI ALLA RICERCA SUL CAMPO
Tarassaco

Tarassaco

DOMENICA 19 NOVEMBRE 2017

I° CORSO AUTUNNALE SULLE ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE.

LA STAGIONE  CALDA E LE ULTIMISSIME PIOGGE HANNO FAVORITO UNA ECCELLENTE CRESCITA
DELLE MIGLIORI ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE.

E’ POSSIBILE RACCOGLIERE LE MIGLIORI ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE COME
RAPONZOLI, GINESTRELLA, PIMPIMPINELLONE, PIMPINELLA, RAPASTELLA BIANCA, RAPASTELLA GIALLA, COTECACCHIE, GRUGNI AMARI, ECC.

LA GIORNATA SI SVOLGERA’ CON IL SEGUENTE PROGRAMMA:

ORE 9.00 ARRIVO IN SEDE ED ISCRIZIONE ALL’ ACCADEMIA ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE.

ORE 9.30 INIZIO PRESENTAZIONE DAL VERO DELLE ERBE 

ORE 10.30 USCITA SUL CAMPO ALLA RICERCA E RICONOSCIMENTO DELLE ERBE 

ORE 12.00 RIENTRO IN SEDE E SHOW-COOKING CON LE ERBE CAMPAGNOLE RACCOLTE

ORE 13.00 DEGUSTAZIONE IN PIEDI CON  PRODOTTI TIPICI UMBRI ED ERBE SPONTANEE

COSTO :
€ 10,00 QUOTA ASSOCIATIVA (OBBLIGATORIA)
€ 15,00 DEGUSTAZIONE (FACOLTATIVA)
€ 5,00 DEPLIAND “LE BUONE ERBE” (FACOLTATIVA)

SI ACCETTANO LE PRIME 25 ISCRIZIONI

LA SEDE DEL CORSO VERRA’ COMUNICATA ENTRO IL 15 NOVEMBRE 2017

Per accettazione ed iscrizione al corso :

email: luciano.loschi@gmail.com
cell.:   3936622189 (Luciano Loschi)

 

 

albero di giuda

Fiori dell’ Albero di Giuda

Albero di Giuda
chiamato anche  Siliquastro

Nome scientifico: Cercis siliquastrumL. 1758

Famiglia : Fabaceae (leguminose)

E’ un albero utilizzato come pianta ornamentale nei giardini e per le alberature stradali, grazie alla sua resistenza all’atmosfera cittadina. Il siliquastro si trova sparso in tutto l’areale appenninico di bassa quota, fino ad un massimo di 500m circa. È una pianta tipica dei boschi di latifoglie, prediligendo quelli misti in associazione a  quercia, orniello e altre piante arboree. Il siliquastro cresce difficilmente in boschi umidi e ombrosi, mostrando elevata capacità di adattamento e arrivando a colonizzare sia pendii aridi e scoscesi sia addirittura luoghi sassosi, come cave e pareti rocciose naturali. Questa pianta preferisce i terreni calcarei e sassosi, senza ristagno idrico ma tollera anche quelli moderatamente acidi. Abbastanza resistente al freddo. Gradisce un’esposizione in pieno sole, possibilmente protetta dai venti; si sviluppa prevalentemente in pianura, preferendo i climi miti a quelli rigidi. In età avanzata può raggiungere anche gli 8 m, anche se solitamente le sue dimensioni sono più contenute: tra i quattro e i cinque metri.

Etimologia:

Il nome comune del Cercis siliquastrum è associato alla leggenda del suicidio di Giuda. Si pensa, infatti, che l’apostolo, preso dal rimorso per aver tradito Gesù, si sia impiccato proprio sul ramo di un albero appartenente a questa specie. Questa leggenda si diffuse in epoca precristiana e continuò a persistere anche dopo il cristianesimo e durante il Medioevo. Il nome botanico della pianta deriva invece dal greco “kerkis”, che significa ‘navicella’, e dal latino “siliqua”, che significa ‘baccello’, in riferimento alla forma dei frutti dell’albero.
Fiori da mangiare

I fiori dell’albero di Giuda di colore rosa porpora, fioriscono a fine marzo – aprile; in questi giorni di fine aprile la sua fioritura è nel pieno e conviene approfittarne per gustarli al meglio. I fiori possono essere raccolti e mangiati, sia fritti in pastella sia mescolati freschi a insalate. C’è chi li conserva in salamoia come i capperi per poi usarli in zuppe o piatti alla pizzaiola e c’è chi li conserva sottaceto.
Al termine della fioritura, l’albero di Giuda sfoggerà i suoi frutti, si tratta di legumi appiattiti, lunghi circa 10 cm e larghi quasi 2 cm infatti l’albero di Giuda fa parte della stessa famiglia di fagioli e piselli, è una Leguminosa.

Fiori dell’albero di Giuda fritti

Ingredienti:

2 manciate di fiori dell’albero di Giuda,
olio per friggere,
sale o zucchero.

Procedimento:

In una padella mettere l’olio evo o di semi, quando è ben caldo mettere i fiori dell’albero di Giuda, farli friggere a fiamma alta per alcuni minuti, quando sono ben croccanti scolarli in carta assorbente, cospargerli con sale o zucchero a secondo dei propri gusti. Servirli molto caldi.

Sorbetto ai fiori dell’albero di Giuda

Ingredienti:

400g di fiori
300 cc acqua
150g zucchero
1 bicchiere vodka
200cc panna fresca

Procedimento:

Portare ad ebollizione l’acqua insieme allo zucchero, versare i fiori senza gli steli. Raffreddare, e quando lo sciroppo sarà freddo unire la vodka, quindi mettere in congelatore a gelare. Dividere il sorbetto in bicchierini monodose decorati con buccia di arancia o limone e fiori freschi

fiore albero di giuda silique albero giuda

SILENE ALBA1

Orecchie di lepre

Orecchie di Lepre

Nome scientifico: Silene alba (Miller) Krause)

 Famiglia: Caryophyllaceae.

La Silene Alba chiamata anche orecchie di lepre è una pianta poco conosciuta ma assolutamente di grande valore gastronomico.
E’ sorella minore del più conosciuto Silene Vulgaris, lo Strigolo
Non è una pianta facile da riconoscere perchè ha molte erbe che le somigliano.
Si presenta a ciuffo, più o meno sviluppato. La foglia è carnosa, pelosetta, a margini lisci.
Il retro della foglia è caratteristico. Da qui il nome volgare: orecchie di lepre o di coniglio!!!
Le venature sono marcate, evidenti e tendono tutte verso l’apice della foglia.
L’odore è piacevole, di pisello. Il sapore dolce, anch’esso di pisello o spinacino.
E’ un’erba depurativa e il suo uso regolare è un vero e proprio toccasana per la pelle.

Si raccoglie nel periodo che va Marzo a fine Aprile, prima che vada in fiore.

In cucina:

Si utilizza cotto, in risotti, frittate e zuppe.
Con le giovani foglie si possono preparare ottime zuppe, oppure si possono consumare bollite e saltate in padella. L’intera pianta viene utilizzata nella preparazione della “minestrella”, zuppa antica e poverissima composta da 27 erbe che viene solitamente accompagnata da focaccette di granoturco.

Zuppa di Erbe spontanee e Fagioli

Considerata una zuppa povera perché la maggior parte degli ingredienti si trova nei campi, altresì si può considerare anche molto ricca perché sono pochi, coloro che la possono degustare e cioè solo i conoscitori di erbe spontanee: Barba di becco, Borragine, Cicoria, Malva, Tarassaco, Radicchiella, Finocchio selvatico, Costola d’asino, Silene alba, Crespigni, Ortica, Piantaggine, Rapastrella gialla e bianca, ecc, con varianti a seconda della stagione.
Ingredienti:
1 kg erbe selvatiche tra quelle reperibili nella stagione
500 gr di fagioli borlotti o cannellini
100 gr di Lardo di Colonnata con la cotenna
3 patate
2 litri d’acqua
2 cucchiai di passata di pomodoro
olio evo q.b
sale e pepe q.b

Procedimento:

Mettere in ammollo per 10 ore i fagioli.
Lavare le erbe selvatiche, pulitele eliminando le foglie gialle e rovinate.
Mettete in una pentola 2 l di acqua, le patate sbucciate, la cotenna del lardo, la passata di pomodoro e i fagioli borlotti dopo l’ammollo di 10 ore.
Fare cuocere per circa un’ora, poi passare una parte dei fagioli e le patate.
Aggiungere le erbe già pulite e continuare a cuocere il tutto lentamente, controllando che il brodo non si ritiri eccessivamente fino a che le verdure non saranno cotte al punto giusto.
Alla fine la Zuppa di Erbe Spontanee e Fagioli, si serve con un filo d’olio evo, una manciata di pepe macinato al momento e delle fette di pane ai sette cereali abbrustolite e per chi lo desidera strofinate con aglio.
FIORE DI SILENE ALBA SILENE ALBA FRUTTO

 

Jpeg

Il Piattello (un concentrato di antiossidanti)

Piattello
Nome scientifico: Hypochoeris radicata L.

Famiglia: Asteraceae

Nome volgare: costolina, petaciun, costola d’asino, costa d’asino, ingrassaporci, scarnetta, piattello

Etimologia:
Il nome del genere fa riferimento all’apprezzamento dei maiali (in greco choìros) per le parti sotterranee della pianta, mentre quello della specie alla posizione delle foglie, innestate sostanzialmente sulla radice. I nomi comuni fanno per lo più riferimento alla posizione appiattita sul terreno delle foglie, come per “piattello”, all’evidente nervatura (costola) o all’essere pianta ricercata dai maiali, “ingrassaporci”.

Descrizione:
Le sue foglie sono carnose, croccanti e di un bel verde, più o meno acceso, coperte da un’ impercettibile peluria. A differenza delle altre cicorie non cresce in altezza, ma rimane schiacciata a terra. È specie polimorfa, così che la sua classificazione in passato non è stata uniforme. Presenta un rizoma legnoso ingrossato e radice a fittone, con innestate le foglie raccolte in rosetta, pelosette, aderenti in autunno-inverno al terreno, di forma spatolata e con margine variabile dall’intero, o quasi, al lobato, con evidente costolatura. Alta anche oltre gli 80 cm, presenta dalla primavera uno o più caratteristici assi florali glabri e glauchi, diritti, senza foglie, con ramificazioni in alto e tipici capolini a fiori ligulati di un giallo intenso, che nelle colonie consistenti possono dare ai prati una coloritura particolare. I frutti sono acheni con pappo. Le parti aeree della pianta secernono un latice amarognolo, innocuo come in altre asteraceae

Habitat:
È una pianta comune in tutta Italia, isole comprese, fino alla collina. La costolina è tipica erbacea da prati magri, anche se è adattabile a diversi suoli e situazioni. Pianta perenne, è molto diffusa in Italia e in Europa in genere, fino al Caucaso, vegetando senza problemi dal piano alla bassa-media montagna, a secondo delle aree.

Proprietà:
antiossidanti, chelanti (capaci di far smaltire all’organismo i metalli pesanti), depurative, antibatteriche, colagoghe (aiutano l’espulsione della bile), emollienti, digestive, amaricanti, toniche. In medicina popolare questa pianta era utilizzata in particolare come antidiabetico (P. M. Guarrera).
Un’importante ricerca pubblicata su Journal of Applied Pharmaceutical Science, nel luglio 2012, dal titolo “Screening of in vitro antioxidant activity of methanolic leaf and root extracts of Hypochaeris radicata L.”, condotta da Jamuna ed altri, ha dimostrato come questa pianta selvatica abbia una ricchezza inesplorata. E’ stato condotto uno studio in vitro confrontando le proprietà di questa pianta con alcuni noti antiossidanti e sono state fornite prove scientifiche che dimostrano la validità degli usi tradizionali di questa pianta, che per simpatia continuiamo a chiamare costole d’asino.  In base ai risultati ottenuti con questo studio, si è concluso che gli estratti metanolici delle foglie e delle radici di questa specie possiedono significative attività antiossidanti e chelanti. Nello studio sono stati confrontati gli effetti con alcuni potenti chelanti come la Vitamina C, l’EDTA. La presenza di un’adeguata quantità di composti fenolici e di flavonoidi possono spiegare questa efficacia. I composti fenolici sono noti per le loro attività antiossidanti (Shahidi e Wansundeara, 1992) e sono molto importanti costituenti vegetali a causa della loro capacità scavanger (di fare pulizia), che è dovuto ai loro gruppi ossidrilici (Hatano et al., 1989). Inoltre nella pianta Hypochaeris radicata L. un ruolo importante lo svolgono gli ioni ferrosi. Quindi, questi risultati di questo studio confermano, come ritenevano i nostri nonni, che questa pianta ha una potenziale fonte naturale di antiosssidanti anche con attività chelanti.
Lo stesso studioso ha pubblicato, proprio nel 2013, sull’International Journal of Pharmacy and Pharmaceutical Sciences, anche un altro intrigante studio, dove dimostra l’attività antibatterica potentissima di questa comunissima piantina dei campi.

In cucina:

Le foglie basali vengono utilizzate sia crude, in insalata, sia cotte per minestre, zuppe, frittate e torte salate. Le rosette basali si raccolgono da fine marzo a tutto giugno, quando sono ancora tenere, quelle raccolte più tardivamente, a volte fino all’inizio dell’inverno, sono più piccole, un pò più dure e di gusto leggermente più amaro, eliminabile con la cottura.
L’uso alimentare crudo di questa pianta nelle insalate di campo (si unisce alle altre cicorie: Crespino, Caccialepre, Tarassaco, Pimpinella, ecc.) è abbastanza diffuso. La rosetta basale costituisce un piatto di verdura particolarmente saporito e piacevolmente amarognolo. Queste caratteristiche organolettiche, sono ancor più evidenti quando la pianta è ancora giovane (autunno-inverno) mentre d’estate le sue foglie diventano ispide, fibrose e insipide, ma si possono ancora utilizzare cotte. Dopo aver mondato le piantine da eventuali foglie appassite, le si possono preparare lesse e condite con olio. Anche la radice è commestibile, ma richiede un po’ più di lavoro per mondarla. Le sue foglie (e le radici) cotte possono essere utilizzate per delle zuppe, insieme con altre erbe selvatiche, come nell’acquacotta, oppure nelle zuppe di verdure o per le frittate, o anche nei tortini rustici. A differenza delle altre cicorie di campo, dopo la cottura riduce di poco il suo volume. Dopo averle lessate le si possono utilizzare anche condite con olio e aceto, oppure ripassate in padella con olio, aglio e un pizzico di peperoncino. Nelle regioni del Sud questa erba si usa anche in piatto unico con i legumi e le patate lessate, ripassate in padella con aglio, peperoncino e qualche pomodorino. Si può aggiungere anche del finocchio selvatico. Il ferro contenuto nella pianta abbassa il Carico Glicemico Complessivo di un piatto altrimenti troppo “zuccherino”.

Vellutata di piattello

Ingredienti:

800 g di piattello (costolina),
3 foglie di borragine,
alcuni pomodori o 200g di polpa pronta
olio e burro q. b.,
una cipolla piccola,
alcune patate del brodo vegetale,
uno spicchio d’aglio,
maggiorana fresca,
peperoncino

Preparazione:

Lessare per qualche minuto le patate, sbucciate a dadini o a fette sottili, la borragine e il piattello e poi frullare o tagliare finemente al mixer. Rosolare nel frattempo con olio e burro in una padella dai bordi alti una cipolla finemente tritata, uno spicchio d’aglio da togliere non appena prende colore, della maggiorana fresca e, se piace, del peperoncino. Aggiungere al soffritto le verdure e il pomodoro e salare.
Fare cuocere aggiungendo del brodo vegetale fino ad ottenere la densità gradita.
Servire la vellutata nel piatto su crostini di pane sfregati con aglio, eventualmente dorati a parte, aggiungendo olio a crudo.

Jpeg

Nuove Erbe Spontanee entrano nel nostro Erbario

Allium ampeloprasum L.

Nome volgare: Porraccio
Famiglia: Amaryllidaceae

Allium ampeloprasum

Specie commestibile officinale

Pianta dalle molteplici proprietà è considerata anticolesterolemica, antiasmatica, antispasmodica, antielmintica, diaforetica, espettorante, vasodilatatrice, antisettica, colagogo, febbrifuga, stimolante, stomachica, diuretica, tonica.

Per i suoi principi attivi quali acido sterarico, acido linoleico, acido palmitco, zuccheri , cellulosa, zolfo, mucillagini, pectina, proteine, sali minerali (ferro), vitamine C, B1 ,E , viene utilizzata dalla medicina popolare per favorire la digestione e curare il cattivo funzionamento degli intestini, per ridurre la pressione arteriosa, per aiutare a dissolvere i calcoli renali, prevenire crampi e raffreddori, aiutare a espellere vermi, aiutare ad abbassare il tasso di colesterolo e a decongestionare le vie respiratorie.

In cucina:
In inverno quando le foglie sono più tenere viene utilizzato per far minestre, frittate e torte, oppure crudo in insalata con altre erbe eduli.

Curiosità:
Pare che Nerone avesse l’abitudine prima delle sue esibizioni canore, di consumare i porri, per schiarire la voce.

 

 

 

Salvia verbenaca L. 

Nome volgare: Salvia selvatica
Famiglia: Lamiaceae

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Etimologia: Il termine Salvia deriva dal latino “salus” o “salveo” = “star bene – sano” o “salvare” sicuramente per le virtù medicamentose che gli sono state riconosciute fin dall’antichità.

L’epiteto della specie si riferisce alla forma delle foglie simili a quelle della verbena.

Proprietà ed utilizzi:  Specie commestibile officinale

Pianta mellifera con proprietà medicinali però meno efficaci della S. officinalis e simili a quelli della S. pratensis. Per i greci era considerata “erba sacra” mentre per i romani un efficace toccasana per qualsiasi male. La sua azione si esplica in modo particolare sugli organi digestivi e sull’apparato respiratorio (gonfiori addominali, flatulenze, lentezza digestiva, eruttazione, asma, bronchite,catarro, sinusite) per la sua azione antisettica, antibatterica e antifungina. Per la presenza di estrogeni esercita un’azione tonificante nel flusso mestruale scarso o abbondante e nella dismenorrea. Esercita anche un’attività depurativa e diuretica. L’olio di salvia agisce anche come antisudoriparo. Studi recenti hanno dimostrato le sue proprietà antiossidanti riducendo la produzione di radicali liberi dannosi nell’invecchiamento dell’organismo.
Si usa come colluttorio contro le ulcere e le infiammazini del cavo orale. Le foglie, sfregate sui denti agiscono alla stessa stregua di un dentifricio ( ricordata per questo anche in una novella del Decamerone del Boccaccio).
Curiosità: Teofrasto (372 – 287 a. C.) della pianta diceva che “respinge i mali della malattia e della vecchiaia”. Gli antichi egizi la usarono contro la peste. Per i romani era una pianta sacra tanto da organizzare un evento importante al tempo della raccolta, che avveniva sempre con attrezzi di metallo più nobile del ferro. Plinio la descrive come rimedio per morsi di serpenti e scorpioni purchè non fosse infettata. Nel medioevo la sua reputazione si rinforzò perchè gli furono attribuite proprietà capaci di ringiovanire, di rafforzare la mente e la memoria.
Sulla salvia sono nate anche tante leggende tra queste quella legata alla vita di Gesù Cristo nel periodo della fuga in Egitto “inseguiti dai soldati di Erode, per potersi nascondere, la sacra famiglia chiese protezione a diverse piante che si rifiutarono tranne la salvia che offrì giaciglio a Gesù e lo nascose alla vista dei soldati. La madonna in compenso le dette il dono di guarire gli uomini”.
Divenuta la panacea di tutti i mali su di essa nacquero dei detti di cui riporto quelli più pittoreschi.
Nel veneto si diceva “quando mor la sali xe in orto – more el paron de casa o l’è za morto.
La Scuola Salernitana così la lodava: Cur moriatur homo cui salvia crescit in horto ? a questo detto altro proverbio rispondeva: se molto vuoi campare – salvia hai da mangiare.
Era considerata anche afrodisiaca tanto che Cleopatra ne avrebbe fatto uso per conquistare gli uomini.

Erba molto ricercata ed utilizzata in alcune regioni: nelle misticanze di verdure cotte, per preparare ripieni di torte rustiche salate, per ripieno di cascioni.

Tragopon pratensis L.

Nome volgare: Barba di becco

Famiglia: Asteraceae

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Le proprietà di questa pianta sono diuretiche, sudorifere, depurative e astringenti. Nella medicina popolare, la radice, decotta o sciroppata, trova diverse applicazioni, viene usata come calmante per la tosse e in genere ha effetti positivi per tutte le affezioni respiratorie.
L’uso è particolarmente consigliato a chi soffre di arteriosclerosi, reumatismi, gotta e ipertensione arteriosa. Aiuta a eliminare i residui tossici del metabolismo; anche i diabetici la possono consumare senza restrizioni, in quanto gli idrati di carbonio che contiene non aumentano il livello di glucosio nel sangue.
I petali in infusione hanno potere schiarente della pelle.
In Cucina:
La Barba di becco è senz’altro più nota per il suo utilizzo alimentare che per quelle medicinale. I giovani germogli, le foglie, le radici, ricchi di zucchero e dal sapore dolciastro, sono impiegati come ottime verdure, soprattutto cotte. Già in questo modo se ne sfruttano le proprietà depurative che possono essere utilizzate in modo più specifico facendo un decotto delle radici. Uno dei componenti più importanti delle radici è l’inulina, un polisaccaride molto pregiato sotto il profilo dietetico poiché può sostituire altri zuccheri dannosi ai diabetici. I giovani germogli, lessati, possono competere a sapore con i più conosciuti asparagi. La parte migliore sembra essere la radice, che per alcuni ha perfino sapore di ostriche, mentre per altri semplicemente di carota; per poter sfruttare al massimo le proprietà della barba di becco occorre mangiarla cruda, tagliata a fette di insalata, ma si può consumare anche cotta. Le foglie tenere si consumano in insalata e hanno un sapore simile a quello della scarola e della cicoria.

Calepina irregularis (Asso) Thell.

Nome volgare: Calepina irregolare

Famiglia: Brassicaceae o Crucifere

Calepina irregularis

Etimologia: “Calepina” è nome di fantasia, inventato da Adanson; l’epiteto è collegato alla distribuzione non simmetrica di varie parti della pianta, “in primis” le ramificazioni del caule e le dimensioni disuguali dei petali.
Regina dell’autunno e dell’inverno. Sopporta benissimo il freddo, parente dei cavoli, ha foglie vivacemente irregolari. Il suo sapore è delicato, ma quello che è più sorprendente, al primo assaggio di Calepina, è il sapore fantastico delle sue radici… consumate fritte sono una leccornia indicibile!

La pianta forma una rosetta basale di foglie più piccole al centro e più grandi e di portamento disordinato all’esterno. Fiorisce a febbraio marzo con delicate infiorescenze bianche.

La si ritrova un po’ ovunque il terreno sia libero e smosso. Per questa ragione è più facile rinvenire la Calepina all’interno o nei pressi di zone agricole. Ma abbonda anche al margine di strade o campi. Quando presente, forma tappeti piuttosto folti.

Come tutte le piante appartenenti alla famiglia delle Brassicaceae, la Calepina presenta notevoli proprietà nutritive e curative. Ricca di vitamine e sali minerali, ha notevoli effetti diuretici e disintossicanti.

CURIOSITA’:

La cosa che davvero incuriosisce e stupisce è che, nonostante la sua commestibilità sia accertata, il suo utilizzo in cucina è quasi del tutto sconosciuto. Eppure la sua presenza è talmente diffusa e abbondante che può veramente costituire un valido alimento.


 

 

Epilobium tetragonum L.

Nome volgare: Garofanino quadrelletto

Famiglia: Onagraceae

Jpeg

Jpeg

L’ epilobio: un rimedio naturale contro la prostatite

http://www.siberika.it/epilobio.html

L’epilobio nella medicina popolare in Europa e negli Stati Uniti

In Europa i primi accenni alle proprietà dell’epilobio si riferiscono al 16 ° secolo, mentre nella seconda metà del 20 ° secolo l’epilobio acquisto’ una grande popolarita’ come mezzo di prevenzione e trattamento di casi di prostatite grazie all’opera della famosa erborista austriaca Maria Treben. Ecco cosa scriveva la Treben nel suo libro “La salute dalla farmacia donataci dal Signore. Consigli e pratica di utilizzo terapeutico delle erbe”, pubblicato in tedesco nel 1994 e tradotto in 18 lingue: “Molti sofferenti di prostatite possono guarire grazie all’aiuto dell’epilobio, evitando di sottoporsi a interventi chirurgici. Se invece si e’ gia’ fatto ricorso ad operazioni, e’ consigliabile bere infusi di epilobio per eliminare il bruciore e altri fenomeni spiacevoli conseguenti all’intervento”. Nel suo libro la Treben descrive inoltre il caso di un paziente affetto da cancro alla vescica e conclude: “Da allora sono stata in grado di aiutare centinaia e centinaia di pazienti. Un farmacista a Monaco di Baviera mi ha mostrato un vecchio libro di farmacia dove l’epilobio, gia’ intorno al 1880, veniva citato come potente pianta medicinale. Purtroppo pero’ e’ stato destinato ad essere completamente sostituito dai preparati chimici.”
Ecco la ricetta proposta da Maria Treben: versare 1/4 litro di acqua bollente su 1 cucchiaio colmo di erbe, lasciare fermentare per un po’ e assumere a stomaco vuoto mattina e sera mezz’ora prima dei pasti. I consigli di Maria Treben sono stati sostenuti da altri erboristi tedeschi e austriaci. Barbara e Peter Theis nel loro libro “Le erbe medicinali – una via per la salute” hanno scritto: “L’estratto acquoso della pianta ha dimostrato di inibire il processo infiammatorio e di avere un effetto curativo sulle patologie acute e croniche della prostata (…) l’infiammazione dell’uretere e l’ infiammazione cronica ricorrente della vescica e può anche servire come terapia di mantenimento dopo l’intervento chirurgico alla prostata”. I due erboristi notano inotre che l’epilobio puo’ venir consigliato anche alle donne che soffrono di irritazione o infiammazione acuta della vescica o del tratto urinario grazie alle sue proprieta’ anti-infiammatorie e il leggero effetto diuretico.
L’effetto terapeutico dell’epilobio era noto anche nel continente americano. I nativi americani utilizzavano le radici e la parte superiore della pianta per uso esterno per il trattamento delle infezioni della pelle, e bevevano il te’ all’epilobio per arrestare le emorragie intestinali. Gli erboristi americani dei secoli 19-esimo e 20-esimo consideravano invece la specie Epilobium angustifolium molto efficace nel trattamento delle malattie del tratto gastro – intestinale: dissenteria, diarrea, irritazioni e infiammazioni di natura diversa.

Attualmente in Austria, Ungheria e nella Repubblica Ceca si possono trovare in vendita alcune tisane a base di epilobio. Si tratta di preparati ufficialmente registrati e approvati come prodotti ad uso terapeutico e consigliati in casi di infiammazione della vescica e del tratto urinario associati alla prostatite nonche’ profilassi della prostatite. Nel rapporto dell’Agenzia europea per i Medicinali, pubblicato alla fine del 2015, si rileva che nella sola Austria le vendite di tè all’epilobio attraverso il canale delle farmacie raggiunge i 1000 -1500 kg all’anno (I dati fanno riferimento ai primi anni ’80 del 20 ° secolo).

Josep Pamies

Lactuca perennis L. 

Nome volgare: Barba dei frati

Famiglia: Asteraceae

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Etimologia: Il nome del genere dal lat. ‘lac, lactis’, latte, con riferimento al latice bianco presente nelle specie del genere.
L’epiteto specifico dal lat. ‘perennis’: il ciclo vegetativo dura molti anni.

Proprietà ed utilizzi:  Specie commestibile
Le giovani rosette vengono spesso consumate come insalata o cotte insieme a cicorie e tarassaco.

 

 

 

 

Piani-Arvello-1

Escursione sui piani di Colfiorito alla ricerca di erbe campagnole.

Escursione sui piani di Colfiorito alla ricerca di erbe campagnole.

Ci stiamo avvicinando alla data del Corso autunnale sulle Erbe Campagnole Spontanee dell’Umbria: 27-28-29 Novembre.

E’ una bellissima giornata di Settembre e scegliamo, per l’escursione i piani di Colfiorito.

Piani-Arvello-1

Con immenso piacere facciamo il nostro primo incontro :

Strigoli

Strigoli (Silene vulgaris) sono giovani e freschi e molto “stridenti”, ottimi per una frittatina con le uova delle nostre galline.

Nelle vicinanze delle bellissime Carotine selvatiche (Daucus carota), che verranno usate come contorno per il pranzo a fine escursione.

Carotina

La stagione autunnale promette bene troviamo subito delle eccellenti piante  di senape selvatica

Senape selvatica (Sinapis arvensis)

Rapastella-gialla2

Per il pranzo di fine escursione prepareremo una salsa con la senape selvatica, per degustare il seguente piatto di cui Vi indichiamo la ricetta:

Penne con salsa di senape selvatica

Ingredienti

500 g di senape selvatica già pulita

Olio extra vergine di oliva q.b.

Uno spicchio d’aglio

Un peperoncino

Preparazione

Lessare la verdura in acqua bollente per circa otto minuti, minuto più, minuto meno. Una volta lessata, immergere la verdura in acqua fredda, questo passaggio servirà a mantenere integro il colore verde brillante delle foglie. Una volta raffreddata porla in un contenitore, aggiungendovi un pizzico di sale, pochissimo aglio, e del peperoncino. Versare dell’acqua, possibilmente di fonte, ne basterà un buon bicchiere, e con un frullatore ad immersione lavora sino ad ottenere una giusta consistenza. Usare questa salsa per condire la pasta. Una volta condita aggiungere un filo d’olio extravergine.

Notare che in questa preparazione, non vi è il passaggio dell’aglio imbiondito nell’olio caldo. Servirà ad ottenere un piatto ancora più leggero e gradevole adatto a chi ama una dieta leggera ed equilibrata. Inoltre non trascurare mai il ricorso alla cucina di tradizione, è sempre molto economica, vincente perché semplice ma ricercata, sempre con ingredienti a Km zero. Queste antiche preparazioni possono sempre essere modificate rendendole più leggere. La stessa salsa si può ottenere usando le bietole, preferite anche qui quelle selvatiche.

Vicino alla senape selvatica vediamo delle meravigliose Rapastelle bianche (Diplotaxis erucoides)

Rapastella-bianca

ottime lessate insieme ad altre erbe in abbondante acqua salata e “ripassate” in padella con olio, aglio e pomodoro.

Non potevano mancare i crispigni (Sonchus asper) e (Sonchus oleraceus)

Crispigni

Che utilizzeremo nel misto di erbe ripassate in padella.

Quando ci avviciniamo alla strada per il ritorno ci imbattiamo in un campo tappezzato di Tarassaco (Taraxacum officinale), chiamato anche “la farmacia sul campo”, per le sue innumerevoli proprietà salutari.

tarassaco-e-radici

Da questa pregiatissima erba ricaviamo le foglie, le radici, i capolini prima dell’nfiorescenza

Jpeg

I capolini bolliti in aceto e vino, messi in vasi di vetro con olio extravergine di oliva e una foglia di alloro, e sterilizzati, sono una squisitezza da consumare come contorno.

Le radici e foglie bollite, poi saltate in padella con aglio e olio extravergine di oliva, sono un piatto di grande valore gastronomico e salutare.

Iscriviti ai nostri corsi e potrai imparare a conoscerle e cucinarle.

Capolini-di-tarassaco-sotto-olio

Il prossimo sul riconoscimento e uso in cucina delle erbe campagnole  si svolgerà il 27-28-29 Novembre. Per iscriverti compila questo form

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