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LA PASTINACA

Pastinaca sativa L.

Sottospecie presenti in Italia:
Pastinaca sativa L. subsp. Sativa che si distingue per fusti angolosi, pelosità ridotta x peli sparsi, foglie con segmenti con base cuneata. Coltivata per uso alimentare e spesso inselvatichita

Pastinaca sativa L. subsp. Sylvestris (Mill.) Rouy & E.G. Camus che si distingue per pelosità densa, foglie grigio pubescenti con segmenti che alla base spesso sono cordati

Pastinaca sativa L. subsp. Urens (Reg. ex Godr.) Celak. che si distingue per fusto cilindrico o appena striato quasi liscio, ombrella terminale a 5÷7 raggi, non o poco maggiore delle laterali.

Famiglia: Apiaceae

Descrizione: Pianta biennale, erbacea, dall’odore pungente, con radice a fittone, affusolata, giallo chiara, carnosa, che nel primo anno produce soltanto un ciuffo di foglie dal quale poi, nel secondo si sviluppa il fusto cavo, angoloso, scanalato, pubescente e ramificato in alto di 40÷120 cm.
Le foglie basali sono dotate di un lungo picciolo inguainante il fusto, sono pennate con 5÷11 foglioline ovali con apice acuto e margine dentato e talvolta inciso in due lobi. Le foglie caulinari sono alterne, le superiori sessili ed amplessicauli e con numero inferiore di foglioline.
I fiori ermafroditi, di colore giallo oro, sono raccolti in ombrellette che a loro volta formano grosse ombrelle del diametro assai variabile da 5÷8 cm e con 5÷15 raggi, mancanti dell’involucro e involucretto, i peduncoli delle ombrelle laterali sono più lunghi di quelle centrali e l’ombrella superiore è sensibilmente più grande di quelle sottostanti.
Fioritura: luglio÷agosto

Habitat: In Italia è comune in tutte le regioni, vegeta nei prati, bordo strada, coltivi , scarpate, terreni limosi e ricchi di sostanze azotate, dal piano fino a 1600 m s.l.m.

Etimologia: Il nome del genere deriva dal latino “pastus” = nutrimento e indica la commestibilità della radice; l’epiteto specifico deriva dal latino “sativum” = coltivato.
Proprietà ed utilizzi:
Specie commestibile officinale.
Contiene olio essenziale, sostanze grasse, furocumarina, pectine, carboidrati, vitamina C.
Pastinaca sativa un tempo era usata nella medicina popolare come diuretico e digestivo.
La Pastinaca è nota soprattutto per le proprietà alimentari delle sue radici, che oltre ad essere ricche di proteine, amidi e zuccheri, hanno un gradevole sapore simile a quello delle carote; la tradizione popolare ritiene la Pastinaca un cibo utile alle persone deboli, anziane o convalescenti.
È un ottimo alimento dietetico, infatti 100 g di radice, corrispondono a 22 kcal e contengono 12 g di fibre.
Le estremità delle ramificazioni possono essere impiegate come spezia.
Gli antichi romani attribuivano alla Pastinaca proprietà afrodisiache e spesso la cucinavano con il miele.
La radice viene impiegata, soprattutto nel nord Europa in molte preparazioni alimentari e anche in bevande fermentate tipo birra.
Il suo uso è andato scemando con la scoperta dell’America e delle patate che l’hanno gradatamente sostituita, gli inglesi che la chiamano “parsnip “continuano ad usarla, mangiandola durante tutto l’inverno, raccolta dopo le gelate.
Un tempo i fiori erano impiegati per tingere di colore giallo la lana.
Attenzioni per il raccolto ed il consumo:
Pastinaca sativa subsp. urens (Req. ex Godr.) Čelak può provocare dermatiti da contatto e può essere responsabile, in soggetti particolarmente sensibili, di ustioni di 2° grado.
Questa sottospecie ma anche le Pastinache in generale contengono furanocumarina, una sostanza che può provocare reazioni cutanee aggravate per fotosensibilizzazione, sotto gli effetti dei raggi solari.
A questo proposito è stato accertato da ricercatori dell’ Università dell’ Illinois, che la Pastinaca sativa, quando è aggredita da piccolo ma vorace bruco (Trichoplusia ni) produce nelle zone circostanti a quella del morso, una quantità 80 volte superiore alla norma di furanocumarina, sostanza che produce a scopo difensivo.
Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare

Elicrisio 1

Elicrisio – La pianta liquirizia

Helichrysum italicum L.

Famiglia: Asteraceae

Nome italino: Elicriso  
Il suo nome deriva dal greco elios=sole e chrysos=oro, pianta solare per il colore dei suoi fiori e l’habitat che predilige per la sua crescita. É una asteracea, di facile riconoscimento, gli steli e le foglie di forma lanceolata hanno un colore verde, verde grigiastro, al tatto sono vellutati. Il loro delizioso profumo è inconfondibile, un mix di camomilla, menta e liquirizia insieme. Per questa sua proprietà l’elicriso in molte regioni italiane è chiamato volgarmente liquirizia, da non confondere però con la pianta della liquirizia.

elicriso fiori

La fioritura avviene tra giugno e luglio, i fiori vanno raccolti quando sono ben aperti ma ancora ben freschi, il periodo migliore per la loro raccolta va dal 21 giugno a tutto settembre. I fiori vanno essiccati al buio e al caldo, appesi a mazzetti a testa in giù o per circa 10 ore a 40° con un essiccatore elettrico, avremo così anche da diffusione delle sue essenze.

L’elicriso è particolarmente benefico per tutti i tipi di herpes e di eczemi, irritazioni della pelle, dermatiti, psoriasi. Ha un buon effetto antirughe ed elasticizzante ed è utile, in sinergia con altre piante come l’iperico o la calendula, nei trattamenti delle scottature e delle ferite.

É un ottimo antistaminico naturale, utile per tutti i tipi di allergie ma attivo soprattutto sulle dermatiti allergiche e da contatto, sulle quali agisce sia dall’interno che dall’esterno. Per uso interno l’ideale è la tintura madre perché l’infuso ha un sapore un po’ forte e non molto gradevole, per uso esterno invece l’oleolito è il miglior metodo, ottimo da solo, miscelato ad altri oli sinergici o come base per unguenti.

Per fare l’oleolito si raccolgono i capolini con delle forbici mettendoli direttamente in un vaso di vetro, nel caso in cui siano umidi  si mettono stesi in un piatto e lasciati asciugare. Il vaso di vetro va riempito fino a 2 cm dal bordo, poi si coprono con d’olio extra-vergine d’oliva con estrazione a freddo.

Diversi sono i metodi per ottenere l’oleolito, c’è chi dice che solo l’oleolito di iperico si fa da pianta fresca e tutti gli altri vanno fatti da pianta essiccata, chi dice che solo l’iperico si espone alla luce del sole, le altre piante invece vanno protette dai raggi e devono prendere solo il calore. Noi crediamo che la pianta fresca dia di più rispetto alla pianta essiccata e che il sole favorisca il passaggio dei principi attivi dalla pianta al solvente oleoso. Dopo averlo mescolato bene si lascia macerare per circa 20 giorni al sole, la sera si ritira in casa. In giornate molto calde, durante le ore centrali e meglio ritirarlo in casa. Dopo i venti giorni di macerazione si filtra con un colino a maglia finissima per eliminare il grosso della pianta, strizzandola bene per estrarre tutto l’olio assorbito. Poi si fa una seconda filtratura usando un imbuto e un pezzo di tessuto o un filtro da caffè americano. Il procedimento richiede molto tempo ma alla fine si otterrà un oleolito molto limpido. Il prodotto andrà conservato  in un ambiente buio e fresco per un anno circa. Il profumo è molto piacevole e potrebbe essere potenziato aggiungendo circa dieci gocce di olio essenziale di elicriso (dose per un barattolo da 250 ml), ciò renderà il suo effetto terapeutico più potente.

In cucina il suo sapore ricorda il curry, le foglie di elicriso sono da consumare essiccate, perchè fresche hanno un retrogusto leggermente amaro. Insaporiscono riso, carne, pollo e verdure: un rametto di elicriso inserito sotto la pelle del pollame al forno donerà un delicato tono speziato.

L’elicriso si aggiunge a misti di erbe aromatiche per dare un tocco speziato e esotico come il misto aromatico orientale.

Provate a aggiungere dell’elicriso tritato al chutney (salsa di accompagnamento agrodolce e per questo contiene frutta o verdura più zucchero e aceto per conferire alla salsa proprio un sapore caratteristico) e impasti per frittelle, o mettete qualche rametto di elicriso nel pollo al forno.

I fiori di elicriso essiccati e mixati con fiori di finocchio selvatico sono un ottimo ingrediente per le tisane.

Jpeg

LA PORTULACA UNA PANACEA NELL’ORTO

 Portulaca oleracea L.

Famiglia: Portulacacee

Nome volgare: Porcellana, Porcacchia, Erba grassa

Caratteristiche morfologiche :
Pianta annuale carnosa (10 – 30 cm) con fusto rossiccio, strisciante. Fioritura giugno – settembre con piccoli fiori gialli

Habitat: Campi, orti, luoghi incolti; suoli sabbiosi e detritici, da 0 a 1.700 m.

 

 

Jpeg

 

Caratteristiche nutrizionali: E’ una delle erbe più salutari, ha prorietà antiscorbutiche, depurative e diuretiche. Per uso esterno viene usata contro dermatiti, orticarie, foruncoli, punture di api ed eczema. Droga usata: foglie, parte aerea. Nelle foglie è stata accertata la presenza di acidi grassi omega-3, utili per prevenire attacchi cardiaci e aumentare le difese immunitarie. La sua reintroduzione nella nostra dieta è caldeggiata dai nutrizionisti per le particolari caratteristiche degli acidi grassi che contiene. In pratica, la dieta moderna ha un apporto di acidi grassi essenziali, cioè che non possiamo farci e che dobbiamo assumere con la dieta, che è sbilanciato verso gli acidi “infiammatori” (omega-6) a discapito di quelli “anti-infiammatori” (gli omega-3). Oggi questo rapporto è diventato di 20:1. La porcellana è ricchissima di acidi omega-3, ed è quindi particolarmente adatta alla dieta di persone in cui il miglioramento del profilo omega-6/omega-3 è molto utile (diabetici, cardiopatici).

Da qui il grande interesse della ricerca nutrizionale per questa pianta, che contiene anche altri composti benefici per la salute, come le mucillagini, responsabili della consistenza carnosa delle foglie e del loro utilizzo medicinale per lenire, applicate direttamente sulla pelle, il dolore di punture di insetti e di piccole ferite, od il prurito da foruncoli. Ma le virtù nutrizionali della porcellana non finisco qui, perché la pianta è anche ricca di vitamine, di flavonoidi, e di betalaine, una classe di pigmenti vicariante con gli antocianosidi e responsabile, nella porcellana, del colore rosso dei fusti e giallo dei fiori.La porcellana ha un’efficienza fotosintetica particolare, che esplica con due meccanismi diversi, cioè ha un sapore diverso al mattino rispetto alla sera, soprattutto quando il tempo è secco. La pianta del mattino è, effettivamente, molto più acidula di quella raccolta alla sera, perché, per via del dualismo fotosintetico particolare della pianta, di notte immagazzina anidride carbonica sotto forma di acido malico (l’acido che dà il sapore asprigno alla mela renetta), e di giorno lo trasforma poi in glucosio. La differenza di concentrazione di acido malico fra la pianta raccolta al mattino e quella raccolta alla sera è di circa 10 volte, per cui il sapore acidulo della porcellana ricorda una mela renetta al mattino, ed una mela golden alla sera. In pratica, la porcellana fa la fotosintesi trasformando l’anidride carbonica in acidi di notte, e poi, in presenza di luce, convertendo gli acidi in glucosio. Volendo trovare qualcosa di negativo nella pianta, citiamo due cose. La prima è la sua capacità di accumulare metalli pesanti, per cui non va mai raccolta in ambiente antropizzato, dove il suolo è contaminato, e la seconda è il suo contenuto elevato in acido ossalico, per cui non è indicata, almeno in grandi quantità, per chi soffre di problemi di reni.

Uso in cucina: Erba tappezzante, infestante, presente in tutti gli orti dove viene costantemente estirpata e buttata, può essere consumata cruda, sola o assieme a pomodori e porri, come insalata, o cotta per preparare frittate. I rametti tagliati a pezzettini possono essere conservati sottaceto o in salamoia e usati al pari dei capperi. Alcuni non amano la consistenza mucillaginosa della portulaca, ma questa sua proprietà può tornare vantaggiosa per fare raddensare minestre e stufati. La portulaca è un ingrediente

fondamentale di piatti tipici, soprattutto in Messico e Giappone, e non può mancare nella classica insalata greca. La si può consumare in insalata, bollita, o fritta, con una versatilità culinaria notevole, e solo il suo comportamento infestante la fa accomunare alle erbacce e non alle verdure.

 Ricetta di Vellutata di Portulaca

Ingredienti:

  • 200 grammi di foglie di portulaca
  • 4 acciughe
  • un pizzico di sale
  • olio extra vergine di oliva
  • 1 cucchiaio di aceto bianco
  • 1 peperoncino leggermente piccante

Procedimento

  1. Lavate molto bene la portulaca e cuocerla in poca acqua.
  2. Scolate bene la portulaca e lasciatela asciugare 
  3. Pulite le acciughe privandole delle lische.
  4. In un mixer, unite acciughe e portulaca. A velocità bassa frullate il tutto aggiungendo l’olio extra vergine di oliva e l’aceto.
  5. Per insaporire, aggiungete un pizzico di sale.
  6. Se vi piacciono i sapori forti, aggiungete al mixer un peperoncino leggermente piccante.

Varianti
Il peperoncino può essere sostituito da pepe verde, nero o rosa, in base alle preferenze del vostro palato. Potete aggiungere una grattata di noce moscata o cinque grammi di zenzero

FOTO FITOALIMURGIA1

FITOALIMURGIA

FITOALIMURGIA.

Per molti questa parola è sconosciuta, perché molti vocabolari la escludono. L’etimo di alimurgia deriva dalla contrazione del latino “alimenta urgentia”, cioè nutrimento in caso di necessità, a cui è stato aggiunto il prefisso fito per indicare che si tratta di piante. Molte parole latine derivano a loro volta dal greco dove “alymos” = alimento è formato da “lymos” = fame e dal prefisso “a” con funzione privativa per cui alimento che fa sentire senza fame. “Urgentia” deriva dal greco “ergon” = attività e così “alimurgia” sta a significare  “attività che calma la fame”. La prima comparsa ufficiale della parola fu nel 1767 quando venne pubblicato un libro con le notizie riguardanti ciò che veniva usato dalla popolazione per sfamarsi durante le carestie (era appena passata quella del 1764), le pestilenze, le guerre, le calamità naturali; eventi che impedivano la consueta coltivazione dei campi con relativo raccolto. Chi scrisse questo De Alimenta Urgentia con sottotitolo “alimurgia”, ovvero modo di rendere meno gravi le carestie, proposto per il sollievo dei popoli fu Giovanni Targiotti-Tozzetti, medico fiorentino allievo del botanico Pier Antonio Micheli e custode del Giardino dei Semplici di Firenze, che era molto attento alle necessità del popolo anche al di fuori dei problemi strettamente terapeutici e che, perciò, entrò in polemica con la classe medica intollerante di tale scelta. L’opera di Targetti-Tozzetti rimase nella storia e fu ripescato alla fine dell’ultimo conflitto quando, nei paesi dell’Est Europeo e specialmente in Jugoslavia, si sviluppò una capillare ricerca per raccogliere notizie e indicazioni su tutto ciò che il popolo aveva mangiato durante la fame di quei giorni bui. La ricerca in campo botanico fu coordinata e diretta dal professor Tukakov dell’Università di Belgrado che, isolandosi in un territorio abbastanza ampio con molti suoi allievi nutrendosi per alcuni mesi di sole piante spontanee sperimentando e confermando, se era il caso, le informazioni popolari. Questo lavoro servì per redigere una carta fitogeografica utile per conoscere la reperibilità dei vegetali spontanei. Contemporaneamente una commissione USA raccoglieva notizie sulle piante spontanee eduli, usate in Europa; tutto ciò per aggiornare quei manuali di sopravvivenza in dotazione alle truppe da sbarco.

FOTO FITOALIMURGIA2

GRUPPO PARTECIPANTI ALLA RICERCA SUL CAMPO
Tarassaco

Tarassaco

DOMENICA 19 NOVEMBRE 2017

I° CORSO AUTUNNALE SULLE ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE.

LA STAGIONE  CALDA E LE ULTIMISSIME PIOGGE HANNO FAVORITO UNA ECCELLENTE CRESCITA
DELLE MIGLIORI ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE.

E’ POSSIBILE RACCOGLIERE LE MIGLIORI ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE COME
RAPONZOLI, GINESTRELLA, PIMPIMPINELLONE, PIMPINELLA, RAPASTELLA BIANCA, RAPASTELLA GIALLA, COTECACCHIE, GRUGNI AMARI, ECC.

LA GIORNATA SI SVOLGERA’ CON IL SEGUENTE PROGRAMMA:

ORE 9.00 ARRIVO IN SEDE ED ISCRIZIONE ALL’ ACCADEMIA ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE.

ORE 9.30 INIZIO PRESENTAZIONE DAL VERO DELLE ERBE 

ORE 10.30 USCITA SUL CAMPO ALLA RICERCA E RICONOSCIMENTO DELLE ERBE 

ORE 12.00 RIENTRO IN SEDE E SHOW-COOKING CON LE ERBE CAMPAGNOLE RACCOLTE

ORE 13.00 DEGUSTAZIONE IN PIEDI CON  PRODOTTI TIPICI UMBRI ED ERBE SPONTANEE

COSTO :
€ 10,00 QUOTA ASSOCIATIVA (OBBLIGATORIA)
€ 15,00 DEGUSTAZIONE (FACOLTATIVA)
€ 5,00 DEPLIAND “LE BUONE ERBE” (FACOLTATIVA)

SI ACCETTANO LE PRIME 25 ISCRIZIONI

LA SEDE DEL CORSO VERRA’ COMUNICATA ENTRO IL 15 NOVEMBRE 2017

Per accettazione ed iscrizione al corso :

email: luciano.loschi@gmail.com
cell.:   3936622189 (Luciano Loschi)

 

 

albero di giuda

Fiori dell’ Albero di Giuda

Albero di Giuda
chiamato anche  Siliquastro

Nome scientifico: Cercis siliquastrumL. 1758

Famiglia : Fabaceae (leguminose)

E’ un albero utilizzato come pianta ornamentale nei giardini e per le alberature stradali, grazie alla sua resistenza all’atmosfera cittadina. Il siliquastro si trova sparso in tutto l’areale appenninico di bassa quota, fino ad un massimo di 500m circa. È una pianta tipica dei boschi di latifoglie, prediligendo quelli misti in associazione a  quercia, orniello e altre piante arboree. Il siliquastro cresce difficilmente in boschi umidi e ombrosi, mostrando elevata capacità di adattamento e arrivando a colonizzare sia pendii aridi e scoscesi sia addirittura luoghi sassosi, come cave e pareti rocciose naturali. Questa pianta preferisce i terreni calcarei e sassosi, senza ristagno idrico ma tollera anche quelli moderatamente acidi. Abbastanza resistente al freddo. Gradisce un’esposizione in pieno sole, possibilmente protetta dai venti; si sviluppa prevalentemente in pianura, preferendo i climi miti a quelli rigidi. In età avanzata può raggiungere anche gli 8 m, anche se solitamente le sue dimensioni sono più contenute: tra i quattro e i cinque metri.

Etimologia:

Il nome comune del Cercis siliquastrum è associato alla leggenda del suicidio di Giuda. Si pensa, infatti, che l’apostolo, preso dal rimorso per aver tradito Gesù, si sia impiccato proprio sul ramo di un albero appartenente a questa specie. Questa leggenda si diffuse in epoca precristiana e continuò a persistere anche dopo il cristianesimo e durante il Medioevo. Il nome botanico della pianta deriva invece dal greco “kerkis”, che significa ‘navicella’, e dal latino “siliqua”, che significa ‘baccello’, in riferimento alla forma dei frutti dell’albero.
Fiori da mangiare

I fiori dell’albero di Giuda di colore rosa porpora, fioriscono a fine marzo – aprile; in questi giorni di fine aprile la sua fioritura è nel pieno e conviene approfittarne per gustarli al meglio. I fiori possono essere raccolti e mangiati, sia fritti in pastella sia mescolati freschi a insalate. C’è chi li conserva in salamoia come i capperi per poi usarli in zuppe o piatti alla pizzaiola e c’è chi li conserva sottaceto.
Al termine della fioritura, l’albero di Giuda sfoggerà i suoi frutti, si tratta di legumi appiattiti, lunghi circa 10 cm e larghi quasi 2 cm infatti l’albero di Giuda fa parte della stessa famiglia di fagioli e piselli, è una Leguminosa.

Fiori dell’albero di Giuda fritti

Ingredienti:

2 manciate di fiori dell’albero di Giuda,
olio per friggere,
sale o zucchero.

Procedimento:

In una padella mettere l’olio evo o di semi, quando è ben caldo mettere i fiori dell’albero di Giuda, farli friggere a fiamma alta per alcuni minuti, quando sono ben croccanti scolarli in carta assorbente, cospargerli con sale o zucchero a secondo dei propri gusti. Servirli molto caldi.

Sorbetto ai fiori dell’albero di Giuda

Ingredienti:

400g di fiori
300 cc acqua
150g zucchero
1 bicchiere vodka
200cc panna fresca

Procedimento:

Portare ad ebollizione l’acqua insieme allo zucchero, versare i fiori senza gli steli. Raffreddare, e quando lo sciroppo sarà freddo unire la vodka, quindi mettere in congelatore a gelare. Dividere il sorbetto in bicchierini monodose decorati con buccia di arancia o limone e fiori freschi

fiore albero di giuda silique albero giuda

SILENE ALBA1

Orecchie di lepre

Orecchie di Lepre

Nome scientifico: Silene alba (Miller) Krause)

 Famiglia: Caryophyllaceae.

La Silene Alba chiamata anche orecchie di lepre è una pianta poco conosciuta ma assolutamente di grande valore gastronomico.
E’ sorella minore del più conosciuto Silene Vulgaris, lo Strigolo
Non è una pianta facile da riconoscere perchè ha molte erbe che le somigliano.
Si presenta a ciuffo, più o meno sviluppato. La foglia è carnosa, pelosetta, a margini lisci.
Il retro della foglia è caratteristico. Da qui il nome volgare: orecchie di lepre o di coniglio!!!
Le venature sono marcate, evidenti e tendono tutte verso l’apice della foglia.
L’odore è piacevole, di pisello. Il sapore dolce, anch’esso di pisello o spinacino.
E’ un’erba depurativa e il suo uso regolare è un vero e proprio toccasana per la pelle.

Si raccoglie nel periodo che va Marzo a fine Aprile, prima che vada in fiore.

In cucina:

Si utilizza cotto, in risotti, frittate e zuppe.
Con le giovani foglie si possono preparare ottime zuppe, oppure si possono consumare bollite e saltate in padella. L’intera pianta viene utilizzata nella preparazione della “minestrella”, zuppa antica e poverissima composta da 27 erbe che viene solitamente accompagnata da focaccette di granoturco.

Zuppa di Erbe spontanee e Fagioli

Considerata una zuppa povera perché la maggior parte degli ingredienti si trova nei campi, altresì si può considerare anche molto ricca perché sono pochi, coloro che la possono degustare e cioè solo i conoscitori di erbe spontanee: Barba di becco, Borragine, Cicoria, Malva, Tarassaco, Radicchiella, Finocchio selvatico, Costola d’asino, Silene alba, Crespigni, Ortica, Piantaggine, Rapastrella gialla e bianca, ecc, con varianti a seconda della stagione.
Ingredienti:
1 kg erbe selvatiche tra quelle reperibili nella stagione
500 gr di fagioli borlotti o cannellini
100 gr di Lardo di Colonnata con la cotenna
3 patate
2 litri d’acqua
2 cucchiai di passata di pomodoro
olio evo q.b
sale e pepe q.b

Procedimento:

Mettere in ammollo per 10 ore i fagioli.
Lavare le erbe selvatiche, pulitele eliminando le foglie gialle e rovinate.
Mettete in una pentola 2 l di acqua, le patate sbucciate, la cotenna del lardo, la passata di pomodoro e i fagioli borlotti dopo l’ammollo di 10 ore.
Fare cuocere per circa un’ora, poi passare una parte dei fagioli e le patate.
Aggiungere le erbe già pulite e continuare a cuocere il tutto lentamente, controllando che il brodo non si ritiri eccessivamente fino a che le verdure non saranno cotte al punto giusto.
Alla fine la Zuppa di Erbe Spontanee e Fagioli, si serve con un filo d’olio evo, una manciata di pepe macinato al momento e delle fette di pane ai sette cereali abbrustolite e per chi lo desidera strofinate con aglio.
FIORE DI SILENE ALBA SILENE ALBA FRUTTO

 

Jpeg

Il Piattello (un concentrato di antiossidanti)

Piattello
Nome scientifico: Hypochoeris radicata L.

Famiglia: Asteraceae

Nome volgare: costolina, petaciun, costola d’asino, costa d’asino, ingrassaporci, scarnetta, piattello

Etimologia:
Il nome del genere fa riferimento all’apprezzamento dei maiali (in greco choìros) per le parti sotterranee della pianta, mentre quello della specie alla posizione delle foglie, innestate sostanzialmente sulla radice. I nomi comuni fanno per lo più riferimento alla posizione appiattita sul terreno delle foglie, come per “piattello”, all’evidente nervatura (costola) o all’essere pianta ricercata dai maiali, “ingrassaporci”.

Descrizione:
Le sue foglie sono carnose, croccanti e di un bel verde, più o meno acceso, coperte da un’ impercettibile peluria. A differenza delle altre cicorie non cresce in altezza, ma rimane schiacciata a terra. È specie polimorfa, così che la sua classificazione in passato non è stata uniforme. Presenta un rizoma legnoso ingrossato e radice a fittone, con innestate le foglie raccolte in rosetta, pelosette, aderenti in autunno-inverno al terreno, di forma spatolata e con margine variabile dall’intero, o quasi, al lobato, con evidente costolatura. Alta anche oltre gli 80 cm, presenta dalla primavera uno o più caratteristici assi florali glabri e glauchi, diritti, senza foglie, con ramificazioni in alto e tipici capolini a fiori ligulati di un giallo intenso, che nelle colonie consistenti possono dare ai prati una coloritura particolare. I frutti sono acheni con pappo. Le parti aeree della pianta secernono un latice amarognolo, innocuo come in altre asteraceae

Habitat:
È una pianta comune in tutta Italia, isole comprese, fino alla collina. La costolina è tipica erbacea da prati magri, anche se è adattabile a diversi suoli e situazioni. Pianta perenne, è molto diffusa in Italia e in Europa in genere, fino al Caucaso, vegetando senza problemi dal piano alla bassa-media montagna, a secondo delle aree.

Proprietà:
antiossidanti, chelanti (capaci di far smaltire all’organismo i metalli pesanti), depurative, antibatteriche, colagoghe (aiutano l’espulsione della bile), emollienti, digestive, amaricanti, toniche. In medicina popolare questa pianta era utilizzata in particolare come antidiabetico (P. M. Guarrera).
Un’importante ricerca pubblicata su Journal of Applied Pharmaceutical Science, nel luglio 2012, dal titolo “Screening of in vitro antioxidant activity of methanolic leaf and root extracts of Hypochaeris radicata L.”, condotta da Jamuna ed altri, ha dimostrato come questa pianta selvatica abbia una ricchezza inesplorata. E’ stato condotto uno studio in vitro confrontando le proprietà di questa pianta con alcuni noti antiossidanti e sono state fornite prove scientifiche che dimostrano la validità degli usi tradizionali di questa pianta, che per simpatia continuiamo a chiamare costole d’asino.  In base ai risultati ottenuti con questo studio, si è concluso che gli estratti metanolici delle foglie e delle radici di questa specie possiedono significative attività antiossidanti e chelanti. Nello studio sono stati confrontati gli effetti con alcuni potenti chelanti come la Vitamina C, l’EDTA. La presenza di un’adeguata quantità di composti fenolici e di flavonoidi possono spiegare questa efficacia. I composti fenolici sono noti per le loro attività antiossidanti (Shahidi e Wansundeara, 1992) e sono molto importanti costituenti vegetali a causa della loro capacità scavanger (di fare pulizia), che è dovuto ai loro gruppi ossidrilici (Hatano et al., 1989). Inoltre nella pianta Hypochaeris radicata L. un ruolo importante lo svolgono gli ioni ferrosi. Quindi, questi risultati di questo studio confermano, come ritenevano i nostri nonni, che questa pianta ha una potenziale fonte naturale di antiosssidanti anche con attività chelanti.
Lo stesso studioso ha pubblicato, proprio nel 2013, sull’International Journal of Pharmacy and Pharmaceutical Sciences, anche un altro intrigante studio, dove dimostra l’attività antibatterica potentissima di questa comunissima piantina dei campi.

In cucina:

Le foglie basali vengono utilizzate sia crude, in insalata, sia cotte per minestre, zuppe, frittate e torte salate. Le rosette basali si raccolgono da fine marzo a tutto giugno, quando sono ancora tenere, quelle raccolte più tardivamente, a volte fino all’inizio dell’inverno, sono più piccole, un pò più dure e di gusto leggermente più amaro, eliminabile con la cottura.
L’uso alimentare crudo di questa pianta nelle insalate di campo (si unisce alle altre cicorie: Crespino, Caccialepre, Tarassaco, Pimpinella, ecc.) è abbastanza diffuso. La rosetta basale costituisce un piatto di verdura particolarmente saporito e piacevolmente amarognolo. Queste caratteristiche organolettiche, sono ancor più evidenti quando la pianta è ancora giovane (autunno-inverno) mentre d’estate le sue foglie diventano ispide, fibrose e insipide, ma si possono ancora utilizzare cotte. Dopo aver mondato le piantine da eventuali foglie appassite, le si possono preparare lesse e condite con olio. Anche la radice è commestibile, ma richiede un po’ più di lavoro per mondarla. Le sue foglie (e le radici) cotte possono essere utilizzate per delle zuppe, insieme con altre erbe selvatiche, come nell’acquacotta, oppure nelle zuppe di verdure o per le frittate, o anche nei tortini rustici. A differenza delle altre cicorie di campo, dopo la cottura riduce di poco il suo volume. Dopo averle lessate le si possono utilizzare anche condite con olio e aceto, oppure ripassate in padella con olio, aglio e un pizzico di peperoncino. Nelle regioni del Sud questa erba si usa anche in piatto unico con i legumi e le patate lessate, ripassate in padella con aglio, peperoncino e qualche pomodorino. Si può aggiungere anche del finocchio selvatico. Il ferro contenuto nella pianta abbassa il Carico Glicemico Complessivo di un piatto altrimenti troppo “zuccherino”.

Vellutata di piattello

Ingredienti:

800 g di piattello (costolina),
3 foglie di borragine,
alcuni pomodori o 200g di polpa pronta
olio e burro q. b.,
una cipolla piccola,
alcune patate del brodo vegetale,
uno spicchio d’aglio,
maggiorana fresca,
peperoncino

Preparazione:

Lessare per qualche minuto le patate, sbucciate a dadini o a fette sottili, la borragine e il piattello e poi frullare o tagliare finemente al mixer. Rosolare nel frattempo con olio e burro in una padella dai bordi alti una cipolla finemente tritata, uno spicchio d’aglio da togliere non appena prende colore, della maggiorana fresca e, se piace, del peperoncino. Aggiungere al soffritto le verdure e il pomodoro e salare.
Fare cuocere aggiungendo del brodo vegetale fino ad ottenere la densità gradita.
Servire la vellutata nel piatto su crostini di pane sfregati con aglio, eventualmente dorati a parte, aggiungendo olio a crudo.

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PRIMO CORSO UMBRO SUL FORAGING

CI SIAMO !!! SI PARTE CON IL 1° CORSO UMBRO SUL FORAGING

Che cosa è il “FORAGING”
Fare la maglia con ferri da calza e gomitoli oggi si dice“knitting”, fare il pane in casa “baking” , andare per campi e boschi alla ricerca di erbe spontanee, frutti e bacche selvatiche, si dice “foraging” . Si potrebbe disquisire sull’uso diffuso di inutili inglesismi, ma il tema è un altro.
Andremo per campi e boschi alla ricerca di cibo naturale, spontaneo (e gratis), dai sapori nuovi e inaspettati.
Un ritorno al passato quando le nonne, in campagna andavano per rughetta, cicoria selvatica e tarassaco, poi per decenni si è derubricato tutto quel ben di Dio, semplicemente ad “erbacce”, dimenticando insieme alla conoscenza della natura che ci circonda, sapori e consistenze.
Oggi le figlie dei supermercati, del “tutto-disponibile-ovunque” e delle fragole al sapor di patate fanno inversione di rotta e con l’appellativo trendy-anglofono di“foraging” si rimettono a battere il sottobosco. Tutto merito della nuova cucina nordica (quella del Noma di Copenhagen, dei suoi licheni, bacche e cortecce eletti ad alta cucina) ma soprattutto dell’effetto della crisi economica e di una ricerca di salute.
Gli chef scandinavi hanno scosso l’universo della gastronomia e, se là, si perlustrano le spiagge nebbiose dei mari del Nord, qui ritornano nel piatto raperonzoli e caccialepri, fiori colorati di calendula e borragine, fiori di acacia e sambuco profumatissimi, confetture di corniolo, mirabolano e more selvatiche.
C’è da scoprire tutta una nuova gamma di sensazioni organolettiche e nuovi ingredienti, una nuova frontiera di sperimentazione. Sta crescendo un interesse fra le persone comuni.
Foraging in nome della salute
L’esigenza più viva è quella di rendere più salutare il proprio regime alimentare, oggi si ritiene che cibarsi di cibo selvatico sia più sano, anche sull’onda del primitivismo modaiolo e della cucina nordica , altri entrano nel profondo e sono interessanti dal punto di vista antropologico e culturale. La componente psicologica è determinante e l’approccio attivo al procacciarsi il cibo interessa molto, una frontiera del do-it-yourself che dallo scaffale del supermercato porta ai “farmers market” e poi fino al bosco.
Una diversa sussistenza
Le nonne lo facevano e basta, per necessità, perché non si sprecava nulla, tanto meno qualcosa che cresceva gratis e senza sforzo di vanga e rastrello. Raccogliere è nella nostra natura e fino all’avvento dell’industrializzazione a fine ottocento il pasto quotidiano era tra il 70 e l’80% selvatico, nelle campagne, o perché le cose coltivate venivano vendute e ci si alimentava con ciò che non aveva valore, ad esempio in Umbria con cicorie, mastrici, castagne, frutti e bacche selvatiche.
Fare “foraging” è molto cool, anche se il termine italiano è altrettanto affascinante. Si dice “alimurgia”, acronimo di “alimentia”, “urgentia”, che significa letteralmente scienza che studia l’utilizzo del cibo selvatico in cucina soprattutto nei momenti di carestia e povertà. Raccogliere erbe e bacche spontanee era infatti parte di una economia di sussistenza necessariamente bucolica, e oggi forse questo ritorno ha più che mai anche la stessa natura post-crisi economica. Decrescere era considerato un po’ freak, oggi è più una nuova coscienza dell’origine della materia prima, sostenibilità, biodiversità.
Mangiare dagli alberi
Allontanati anche dall’agricoltura dei prodotti più comuni, l’idea di poter mangiare gli alberi stupisce molto: gli alberi grandi, come il tiglio, la betulla, l’abete rosso, il faggio. Ne siamo circondati, hanno un sapore ma nessuno si immagina che la corteccia interna, le foglie, la linfa, le resine siano non solo commestibili: sono buone!.
I fiori che mangiamo
I fiori vanno di gran moda, sono arrivate fin nelle vaschette di insalata già lavata del supermercato e nei ristoranti sono tutti a mangiarli, ma quello che viene mangiato nei ristoranti è coltivato, ha ben poco di selvatico. I fiori fanno colore ma non hanno alcun apporto nutrizionale, a volte contengono qualche elemento fitoterapico. Il gusto di un fiore è inconsistente, hanno oli volatili così delicati che solo lì solo per bellezza, tranne in qualche caso.
Fare una prova: le margheritine e i boccioli di tarassaco.
La cosa interessante è che i fiori eduli, davvero di gran moda, arricchiscono assai poco una ricetta, mentre ci sono fiori spontanei e molto comuni con cui si può cucinare davvero. I fiori di acacia e di sambuco si usano da sempre, ma anche le onnipresenti margheritine (Bellis perennis), danno grandi soddisfazioni, e sono un bel modo per approcciarsi al foraging. La pratolina intera, i fiori e i bocciolini di Tarassaco, hanno consistenza e sapore. Vanno raccolti quando sono ancora in bocciolo e si possono usare in una frittatina, si mettono sotto sale o sott’olio, come dei capperi. Hanno un sapore sorprendente.
Il corso per cominciare
Foraging non significa però andar per boschi a raccogliere amanite phalloides e bacche velenose ma nemmeno fermarsi nelle aiuole di città a raccogliere i fiorellini. Quelle sono davvero tossiche, impregnate di smog, tanto quanto gli orti sui balconi nelle città come Roma o Milano. Bisogna scegliere territori incontaminati e farsi insegnare da esperti, o frequentare corsi di Foraging sia per adulti che bambini per evitare sgradite e pericolose sorprese.

L’Accademia Erbe Campagnole Spontanee
Organizza
il primo corso umbro di Foraging 2017:

Per informazioni
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Nel campo Note: potete indicare le vostre preferenze sia per corsi di Foraging che sulle erbe spontanee

tel. 3936622189 (Luciano Loschi)

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Domenica 2 Ottobre l’Accademia delle Erbe Campagnole Spontanee a Fa’ La Cosa Giusta

Domenica 2 Ottobre alle ore 18 alle ore 19 presso Piazzetta Cittadinanza a Fa’ La Cosa Giusta Umbria (Spazio Umbria Fiere)  l’Accademia delle Erbe Campagnole Spontanee terrà un convegno, come già fatto nello stesso evento a Milano, su le buone erbe: come riconoscerle, proprietà salutari ed uso in cucina. Verrà allestita una esposizione delle erbe raccolte in questo periodo. Relatore Prof. Luciano Loschi. Sono aperte le iscrizioni all’Accademia per l’anno 2017. Vi aspettiamo!