Amarantus retroflexus1

L’AMARANTO PIANTA ALIMENTARE DEL FUTURO

Lo scopo della presentazione di questa pianta, ritenuta una delle erbe più infestanti degli orti e dei campi sarchiati, è quello di dargli il giusto riconoscimento, facendo conoscere le sue eccellenti proprietà nutrizionali, medicinali e gastronomiche.
Nome scientifico: Amaranthus retroflexus L. ,
Famiglia: Amarantacee
Nome volgare più usato: Amaranto comune.
ETIMOLOGIA:
Amaranto è un termine di derivazione greca, che significa “che non appassisce” e che fa riferimento alle proprietà dei suoi fiori di conservare a lungo il loro colore anche dopo l’essicamento. Esistono più di 50 varietà di Amaranto, molte delle quali hanno dei fiori vistosamente rossi, e per questa ragione il nome amaranto ha finito per acquisire una valenza cromatica, come è successo anche al termine indaco, che in origine faceva semplicemente riferimento all’India, luogo di origine della pianta da cui si otteneva il colore.
DESCRIZIONE
Pianta erbacea annuale di color verde pallido. Pannocchia densa con la spiga terminale poco più lunga della laterali. La pianta adulta, eretta e ramificata sin dalla base, assume forma di cespuglio raggiungendo un’altezza media di 80-100 cm; tuttavia, le dimensioni sono assai variabili in relazione alle condizioni del terreno e possono anche arrivare a 2 m in terreni molto fertili, così come non possono superare i pochi centimetri in situazioni avverse. L’apparato radicale è fittonante e si sviluppa a profondità notevoli. L’amaranto si riproduce solo per seme e una pianta può arrivare a produrne fino a 1 milione (mediamente oltre 200.000) che rimangono vitali nel terreno per circa 20 anni. La germinazione è stimolata dalla luce perciò il seme deve trovarsi in superficie. L’ Amaranto cresce bene anche in terreni aridi, perché, diversamente da mais e riso, ha scarse esigenze idriche.
PROPRIETA’ NUTRIZIONALI
Il valore nutrizionale dei semi è, a dir poco, eccezionale. Sono ricchi di proteine ad alta digeribilità, superiore addirittura a quelle del latte, e con grande contenuto di lisina, un amminoacido essenziale, che nei cereali è carente. Questa è la ragione per cui i semi di amaranto sono spesso combinati alle graminacee, il cui profilo nutrizionale è completato dalla presenza di lisina e di mucillaggini nei semi di amaranto. A loro volta, i cereali migliorano il profilo dell’amaranto con il loro contenuto in due amminoacidi (trenonina e leucina) di cui l’amaranto è carente. L’effetto globale è quello di una sinergia nutrizionale, con inoltre un effetto salutistico legato alla presenza di mucillaggini dell’amaranto. Nessuna sorpresa quindi che l’amaranto sia considerato la “Pianta alimentare del futuro”. L’Amaranto inoltre non contiene glutine ed è quindi una valida alternativa per chi soffre di allergie o intolleranze ai cereali convenzionali. In India dove un’altissima percentuale di bambini soffre di carenza di ferro, spesso vengono inserite nella dieta le foglie di amaranto, che ne contengono molto più degli spinaci. Utile per l’alimentazione vegana: grazie alla sua abbondanza di proprietà nutritive ed alla presenza di proteine, è un valido ingrediente nella dieta di tutte quelle persone che per un motivo o per l’altro decidono di non mangiare più alimenti di origine animale. Recenti studi sostengono che le proteine presenti in questo cereale sono le più nutrienti tra quelle di origine vegetale e possono essere considerate alla pari di quelle di origine animale.
Da analisi chimiche l’Amaranto risulta contenere:
11 % d’acqua, il 14 % di proteine, il 7 % di grassi, il 57 % di amido, l’1,9 % di zuccheri, il 6,7 % di fibre alimentari ed il 2,9 % di ceneri e beta-carotene.
Minerali: calcio, fosforo, magnesio, potassio, zinco, rame, manganese, sodio, selenio, e ferro.
Vitamine: vitamina A, vitamine B1, B2, B3, B5, B6, vitamina C, vitamina E e J.
Aminoacidi: arginina, tirosina, treonina, lisina, cistina, triptofano, glicina, fenilalanina, valina, leucina, istidina, serina, acido glutammico, alanina e acido aspartico.

PROPRIETA’ SALUTARI.
L’amaranto è povero in sodio e non contiene grassi saturi. Si tratta di un prodotto favorevole a chi fa dieta, inoltre riduce i possibili picchi di insulina che derivano dalla sua assunzione, avendo un Indice Glicemico più basso grazie alla maggiore presenza proteica e al contenuto più elevato di fibra indigeribile. Essendo a base di fibre insolubili (cellulosa, emicellulose, lignina) che aumentano la massa fecale accelerandone il transito intestinale, l’amaranto aiuta a combattere la stitichezza.
Uno studio pubblicato su Lipids in Health and Disease, nel gennaio del 2007 ha dimostrato che, l’Amaranto, grazie al suo alto contenuto di fitosteroli, è in grado di contrastare la formazione di colesterolo cattivo LDL e dei trigliceridi.
Inoltre la fibra ed i fitonutrienti presenti nell’Amaranto, sono in grado di abbassare la pressione sanguigna mentre gli oli ed peptidi avrebbero proprietà antinfiammatorie.
Il buon contenuto di lisina, aminoacido essenziale non sempre presente nelle verdure e nei cereali, aiuta l’organismo ad assorbire il calcio ed a produrre energia. Una ricerca australiana pubblicata su European Journal of Clinical Nutrition ha dimostrato che le foglie di amaranto contengono buoni livelli di beta-carotene.
IN CUCINA
L’amaranto è una fra le poche piante completamente eduli, dalle foglie ai semi ed alle radici. Il suo gusto ricorda quello degli spinaci, delle nocciole e del latte fresco. Le giovani piante possono essere consumate intere, sia crude che lessate, mentre i semi si possono grigliare o ridurre in farina poi utilizzata per prodotti da forno e panificazione. La farina di amaranto non contiene glutine, quindi è adatta ai celiaci, ma proprio per la mancanza del glutine non lievita bene, e quindi non può essere panificata in purezza, ma solo mescolata con farina di grano od altri cereali con glutine (kamut, farro).
Si parla sovente di sovrappopolazione del mondo, e delle crisi alimentari che dovremo affrontare in un futuro forse prossimo, ed è curioso pensare che la scienza abbia identificato in questa pianta che fa proprio nulla per farsi notare una delle possibili soluzioni. Il futuro è, letteralmente, a portata di mano, e quello che la nostra mano oggi strappa e butta via, potrebbe in futuro diventare vitale. Vogliamo ricordare ancora che “le erbacce” sono semplicemente delle piante di cui non abbiamo ancora imparato a conoscerne le virtù.
Alcune ricette con l’uso dell’amaranto:
GNOCCHI CON SPINACI DI MONTAGNA
Ingredienti:

Foglie di Spinacio di monte (Chenopodium bonus-enricus) o di Farinello ( Chenopodium album).
Foglie di Amaranto in quantità maggiore dello spinacio di monte o del farinello
Qualche foglia di salvia
Farina di grani antichi Bio (Verna, Senatore Cappelli, Etrusco,..)
Ricotta di pecora Bio
Uova
Noce moscata
Grana padano
Burro e panna.
Procedimento:
Cuocere in acqua salata le erbe
Scolare e tritare le erbe cotte, riducendole in poltiglia
Aggiungere la farina, le uova e un pò di ricotta per ottenere un impasto omogeneo
Insaporire con sale, grana grattugiato, noce moscata.
Preparare gli gnocchi in un formato non molto grande.
Condire con una crema al formaggio preparata amalgamando insieme e delicatamente il burro, panna e del buon pecorino di montagna.

CROCCHETTE FRITTE DI PATATE E AMARANTO
Ingredienti:
1 Kg di patate farinosee asciutte
Una bella manciata di foglie di Amaranto.
100 gr di formaggio grattugiato
2-3 uova
Farina di grani antichi
Prezzemolo tritato, sale, pepe, aglio, trito di piante aromatiche (Maggiorana, Timo, ecc..)
Procedimento:
Lessare separatamente le patate e l’amaranto in acqua salata.
Pelare e schiacciare le patate
Scolare, strizzare e tritare l’amaranto
Fare riposare il tutto poi unire patate, amaranto, formaggio grattugiato, uova, prezzemolo, trito di aromatiche, sale e pepe.
Mescolare bene e se l’impasto risulta troppo morbido aggiungere un po di farina di grani antichi.
Fare delle crocchette di forma sferica e poi un poi un po’ appiattita
Passarle nella farina
Friggerle in olio bollente in una larga padella, girandole da entrambi i lati fino a doratura
Asciugare su carta assorbente e servire
CURIOSITA’
Da tempo si è verificata una importante controversia salutistica , cioè la cancerogenicità del colorante amaranto. La pianta non c’entra nulla, e si tratta di un colorante sintetico il cui colore è ispirato a quello dei fiori di alcune varietà di amaranto. Negli anni settanta, il divieto di usare il colorante amaranto, un sospetto cancerogeno, in cibi e cosmetici divenne una causa ambientalista famosa negli USA. Alla fine, il colorante fu vietato, anche se le prove di tossicità erano alquanto dubbie, e la decisione fu probabilmente presa sull’onda emotiva della campagna stampa. Forse tutte queste energie per un futuro più salubre avrebbero potuto essere spese per una causa migliore. L’amaranto di sintesi, oggi è usato per colorare di rosso gli alimenti ed è ancora permesso nella Comunità Europea, dove è noto come E123.

GRUPPO PARTECIPANTI ALLA RICERCA SUL CAMPO
Tarassaco

Tarassaco

DOMENICA 19 NOVEMBRE 2017

I° CORSO AUTUNNALE SULLE ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE.

LA STAGIONE  CALDA E LE ULTIMISSIME PIOGGE HANNO FAVORITO UNA ECCELLENTE CRESCITA
DELLE MIGLIORI ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE.

E’ POSSIBILE RACCOGLIERE LE MIGLIORI ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE COME
RAPONZOLI, GINESTRELLA, PIMPIMPINELLONE, PIMPINELLA, RAPASTELLA BIANCA, RAPASTELLA GIALLA, COTECACCHIE, GRUGNI AMARI, ECC.

LA GIORNATA SI SVOLGERA’ CON IL SEGUENTE PROGRAMMA:

ORE 9.00 ARRIVO IN SEDE ED ISCRIZIONE ALL’ ACCADEMIA ERBE CAMPAGNOLE SPONTANEE.

ORE 9.30 INIZIO PRESENTAZIONE DAL VERO DELLE ERBE 

ORE 10.30 USCITA SUL CAMPO ALLA RICERCA E RICONOSCIMENTO DELLE ERBE 

ORE 12.00 RIENTRO IN SEDE E SHOW-COOKING CON LE ERBE CAMPAGNOLE RACCOLTE

ORE 13.00 DEGUSTAZIONE IN PIEDI CON  PRODOTTI TIPICI UMBRI ED ERBE SPONTANEE

COSTO :
€ 10,00 QUOTA ASSOCIATIVA (OBBLIGATORIA)
€ 15,00 DEGUSTAZIONE (FACOLTATIVA)
€ 5,00 DEPLIAND “LE BUONE ERBE” (FACOLTATIVA)

SI ACCETTANO LE PRIME 25 ISCRIZIONI

LA SEDE DEL CORSO VERRA’ COMUNICATA ENTRO IL 15 NOVEMBRE 2017

Per accettazione ed iscrizione al corso :

email: luciano.loschi@gmail.com
cell.:   3936622189 (Luciano Loschi)

 

 

albero di giuda

Fiori dell’ Albero di Giuda

Albero di Giuda
chiamato anche  Siliquastro

Nome scientifico: Cercis siliquastrumL. 1758

Famiglia : Fabaceae (leguminose)

E’ un albero utilizzato come pianta ornamentale nei giardini e per le alberature stradali, grazie alla sua resistenza all’atmosfera cittadina. Il siliquastro si trova sparso in tutto l’areale appenninico di bassa quota, fino ad un massimo di 500m circa. È una pianta tipica dei boschi di latifoglie, prediligendo quelli misti in associazione a  quercia, orniello e altre piante arboree. Il siliquastro cresce difficilmente in boschi umidi e ombrosi, mostrando elevata capacità di adattamento e arrivando a colonizzare sia pendii aridi e scoscesi sia addirittura luoghi sassosi, come cave e pareti rocciose naturali. Questa pianta preferisce i terreni calcarei e sassosi, senza ristagno idrico ma tollera anche quelli moderatamente acidi. Abbastanza resistente al freddo. Gradisce un’esposizione in pieno sole, possibilmente protetta dai venti; si sviluppa prevalentemente in pianura, preferendo i climi miti a quelli rigidi. In età avanzata può raggiungere anche gli 8 m, anche se solitamente le sue dimensioni sono più contenute: tra i quattro e i cinque metri.

Etimologia:

Il nome comune del Cercis siliquastrum è associato alla leggenda del suicidio di Giuda. Si pensa, infatti, che l’apostolo, preso dal rimorso per aver tradito Gesù, si sia impiccato proprio sul ramo di un albero appartenente a questa specie. Questa leggenda si diffuse in epoca precristiana e continuò a persistere anche dopo il cristianesimo e durante il Medioevo. Il nome botanico della pianta deriva invece dal greco “kerkis”, che significa ‘navicella’, e dal latino “siliqua”, che significa ‘baccello’, in riferimento alla forma dei frutti dell’albero.
Fiori da mangiare

I fiori dell’albero di Giuda di colore rosa porpora, fioriscono a fine marzo – aprile; in questi giorni di fine aprile la sua fioritura è nel pieno e conviene approfittarne per gustarli al meglio. I fiori possono essere raccolti e mangiati, sia fritti in pastella sia mescolati freschi a insalate. C’è chi li conserva in salamoia come i capperi per poi usarli in zuppe o piatti alla pizzaiola e c’è chi li conserva sottaceto.
Al termine della fioritura, l’albero di Giuda sfoggerà i suoi frutti, si tratta di legumi appiattiti, lunghi circa 10 cm e larghi quasi 2 cm infatti l’albero di Giuda fa parte della stessa famiglia di fagioli e piselli, è una Leguminosa.

Fiori dell’albero di Giuda fritti

Ingredienti:

2 manciate di fiori dell’albero di Giuda,
olio per friggere,
sale o zucchero.

Procedimento:

In una padella mettere l’olio evo o di semi, quando è ben caldo mettere i fiori dell’albero di Giuda, farli friggere a fiamma alta per alcuni minuti, quando sono ben croccanti scolarli in carta assorbente, cospargerli con sale o zucchero a secondo dei propri gusti. Servirli molto caldi.

Sorbetto ai fiori dell’albero di Giuda

Ingredienti:

400g di fiori
300 cc acqua
150g zucchero
1 bicchiere vodka
200cc panna fresca

Procedimento:

Portare ad ebollizione l’acqua insieme allo zucchero, versare i fiori senza gli steli. Raffreddare, e quando lo sciroppo sarà freddo unire la vodka, quindi mettere in congelatore a gelare. Dividere il sorbetto in bicchierini monodose decorati con buccia di arancia o limone e fiori freschi

fiore albero di giuda silique albero giuda

SILENE ALBA1

Orecchie di lepre

Orecchie di Lepre

Nome scientifico: Silene alba (Miller) Krause)

 Famiglia: Caryophyllaceae.

La Silene Alba chiamata anche orecchie di lepre è una pianta poco conosciuta ma assolutamente di grande valore gastronomico.
E’ sorella minore del più conosciuto Silene Vulgaris, lo Strigolo
Non è una pianta facile da riconoscere perchè ha molte erbe che le somigliano.
Si presenta a ciuffo, più o meno sviluppato. La foglia è carnosa, pelosetta, a margini lisci.
Il retro della foglia è caratteristico. Da qui il nome volgare: orecchie di lepre o di coniglio!!!
Le venature sono marcate, evidenti e tendono tutte verso l’apice della foglia.
L’odore è piacevole, di pisello. Il sapore dolce, anch’esso di pisello o spinacino.
E’ un’erba depurativa e il suo uso regolare è un vero e proprio toccasana per la pelle.

Si raccoglie nel periodo che va Marzo a fine Aprile, prima che vada in fiore.

In cucina:

Si utilizza cotto, in risotti, frittate e zuppe.
Con le giovani foglie si possono preparare ottime zuppe, oppure si possono consumare bollite e saltate in padella. L’intera pianta viene utilizzata nella preparazione della “minestrella”, zuppa antica e poverissima composta da 27 erbe che viene solitamente accompagnata da focaccette di granoturco.

Zuppa di Erbe spontanee e Fagioli

Considerata una zuppa povera perché la maggior parte degli ingredienti si trova nei campi, altresì si può considerare anche molto ricca perché sono pochi, coloro che la possono degustare e cioè solo i conoscitori di erbe spontanee: Barba di becco, Borragine, Cicoria, Malva, Tarassaco, Radicchiella, Finocchio selvatico, Costola d’asino, Silene alba, Crespigni, Ortica, Piantaggine, Rapastrella gialla e bianca, ecc, con varianti a seconda della stagione.
Ingredienti:
1 kg erbe selvatiche tra quelle reperibili nella stagione
500 gr di fagioli borlotti o cannellini
100 gr di Lardo di Colonnata con la cotenna
3 patate
2 litri d’acqua
2 cucchiai di passata di pomodoro
olio evo q.b
sale e pepe q.b

Procedimento:

Mettere in ammollo per 10 ore i fagioli.
Lavare le erbe selvatiche, pulitele eliminando le foglie gialle e rovinate.
Mettete in una pentola 2 l di acqua, le patate sbucciate, la cotenna del lardo, la passata di pomodoro e i fagioli borlotti dopo l’ammollo di 10 ore.
Fare cuocere per circa un’ora, poi passare una parte dei fagioli e le patate.
Aggiungere le erbe già pulite e continuare a cuocere il tutto lentamente, controllando che il brodo non si ritiri eccessivamente fino a che le verdure non saranno cotte al punto giusto.
Alla fine la Zuppa di Erbe Spontanee e Fagioli, si serve con un filo d’olio evo, una manciata di pepe macinato al momento e delle fette di pane ai sette cereali abbrustolite e per chi lo desidera strofinate con aglio.
FIORE DI SILENE ALBA SILENE ALBA FRUTTO

 

Jpeg

Il Piattello (un concentrato di antiossidanti)

Piattello
Nome scientifico: Hypochoeris radicata L.

Famiglia: Asteraceae

Nome volgare: costolina, petaciun, costola d’asino, costa d’asino, ingrassaporci, scarnetta, piattello

Etimologia:
Il nome del genere fa riferimento all’apprezzamento dei maiali (in greco choìros) per le parti sotterranee della pianta, mentre quello della specie alla posizione delle foglie, innestate sostanzialmente sulla radice. I nomi comuni fanno per lo più riferimento alla posizione appiattita sul terreno delle foglie, come per “piattello”, all’evidente nervatura (costola) o all’essere pianta ricercata dai maiali, “ingrassaporci”.

Descrizione:
Le sue foglie sono carnose, croccanti e di un bel verde, più o meno acceso, coperte da un’ impercettibile peluria. A differenza delle altre cicorie non cresce in altezza, ma rimane schiacciata a terra. È specie polimorfa, così che la sua classificazione in passato non è stata uniforme. Presenta un rizoma legnoso ingrossato e radice a fittone, con innestate le foglie raccolte in rosetta, pelosette, aderenti in autunno-inverno al terreno, di forma spatolata e con margine variabile dall’intero, o quasi, al lobato, con evidente costolatura. Alta anche oltre gli 80 cm, presenta dalla primavera uno o più caratteristici assi florali glabri e glauchi, diritti, senza foglie, con ramificazioni in alto e tipici capolini a fiori ligulati di un giallo intenso, che nelle colonie consistenti possono dare ai prati una coloritura particolare. I frutti sono acheni con pappo. Le parti aeree della pianta secernono un latice amarognolo, innocuo come in altre asteraceae

Habitat:
È una pianta comune in tutta Italia, isole comprese, fino alla collina. La costolina è tipica erbacea da prati magri, anche se è adattabile a diversi suoli e situazioni. Pianta perenne, è molto diffusa in Italia e in Europa in genere, fino al Caucaso, vegetando senza problemi dal piano alla bassa-media montagna, a secondo delle aree.

Proprietà:
antiossidanti, chelanti (capaci di far smaltire all’organismo i metalli pesanti), depurative, antibatteriche, colagoghe (aiutano l’espulsione della bile), emollienti, digestive, amaricanti, toniche. In medicina popolare questa pianta era utilizzata in particolare come antidiabetico (P. M. Guarrera).
Un’importante ricerca pubblicata su Journal of Applied Pharmaceutical Science, nel luglio 2012, dal titolo “Screening of in vitro antioxidant activity of methanolic leaf and root extracts of Hypochaeris radicata L.”, condotta da Jamuna ed altri, ha dimostrato come questa pianta selvatica abbia una ricchezza inesplorata. E’ stato condotto uno studio in vitro confrontando le proprietà di questa pianta con alcuni noti antiossidanti e sono state fornite prove scientifiche che dimostrano la validità degli usi tradizionali di questa pianta, che per simpatia continuiamo a chiamare costole d’asino.  In base ai risultati ottenuti con questo studio, si è concluso che gli estratti metanolici delle foglie e delle radici di questa specie possiedono significative attività antiossidanti e chelanti. Nello studio sono stati confrontati gli effetti con alcuni potenti chelanti come la Vitamina C, l’EDTA. La presenza di un’adeguata quantità di composti fenolici e di flavonoidi possono spiegare questa efficacia. I composti fenolici sono noti per le loro attività antiossidanti (Shahidi e Wansundeara, 1992) e sono molto importanti costituenti vegetali a causa della loro capacità scavanger (di fare pulizia), che è dovuto ai loro gruppi ossidrilici (Hatano et al., 1989). Inoltre nella pianta Hypochaeris radicata L. un ruolo importante lo svolgono gli ioni ferrosi. Quindi, questi risultati di questo studio confermano, come ritenevano i nostri nonni, che questa pianta ha una potenziale fonte naturale di antiosssidanti anche con attività chelanti.
Lo stesso studioso ha pubblicato, proprio nel 2013, sull’International Journal of Pharmacy and Pharmaceutical Sciences, anche un altro intrigante studio, dove dimostra l’attività antibatterica potentissima di questa comunissima piantina dei campi.

In cucina:

Le foglie basali vengono utilizzate sia crude, in insalata, sia cotte per minestre, zuppe, frittate e torte salate. Le rosette basali si raccolgono da fine marzo a tutto giugno, quando sono ancora tenere, quelle raccolte più tardivamente, a volte fino all’inizio dell’inverno, sono più piccole, un pò più dure e di gusto leggermente più amaro, eliminabile con la cottura.
L’uso alimentare crudo di questa pianta nelle insalate di campo (si unisce alle altre cicorie: Crespino, Caccialepre, Tarassaco, Pimpinella, ecc.) è abbastanza diffuso. La rosetta basale costituisce un piatto di verdura particolarmente saporito e piacevolmente amarognolo. Queste caratteristiche organolettiche, sono ancor più evidenti quando la pianta è ancora giovane (autunno-inverno) mentre d’estate le sue foglie diventano ispide, fibrose e insipide, ma si possono ancora utilizzare cotte. Dopo aver mondato le piantine da eventuali foglie appassite, le si possono preparare lesse e condite con olio. Anche la radice è commestibile, ma richiede un po’ più di lavoro per mondarla. Le sue foglie (e le radici) cotte possono essere utilizzate per delle zuppe, insieme con altre erbe selvatiche, come nell’acquacotta, oppure nelle zuppe di verdure o per le frittate, o anche nei tortini rustici. A differenza delle altre cicorie di campo, dopo la cottura riduce di poco il suo volume. Dopo averle lessate le si possono utilizzare anche condite con olio e aceto, oppure ripassate in padella con olio, aglio e un pizzico di peperoncino. Nelle regioni del Sud questa erba si usa anche in piatto unico con i legumi e le patate lessate, ripassate in padella con aglio, peperoncino e qualche pomodorino. Si può aggiungere anche del finocchio selvatico. Il ferro contenuto nella pianta abbassa il Carico Glicemico Complessivo di un piatto altrimenti troppo “zuccherino”.

Vellutata di piattello

Ingredienti:

800 g di piattello (costolina),
3 foglie di borragine,
alcuni pomodori o 200g di polpa pronta
olio e burro q. b.,
una cipolla piccola,
alcune patate del brodo vegetale,
uno spicchio d’aglio,
maggiorana fresca,
peperoncino

Preparazione:

Lessare per qualche minuto le patate, sbucciate a dadini o a fette sottili, la borragine e il piattello e poi frullare o tagliare finemente al mixer. Rosolare nel frattempo con olio e burro in una padella dai bordi alti una cipolla finemente tritata, uno spicchio d’aglio da togliere non appena prende colore, della maggiorana fresca e, se piace, del peperoncino. Aggiungere al soffritto le verdure e il pomodoro e salare.
Fare cuocere aggiungendo del brodo vegetale fino ad ottenere la densità gradita.
Servire la vellutata nel piatto su crostini di pane sfregati con aglio, eventualmente dorati a parte, aggiungendo olio a crudo.

Capolini-di-tarassaco-sotto-olio

IL CIBO SELVATICO A TAVOLA

IL CIBO SELVATICO A TAVOLA

Sono passati 14 anni dall’ultima rivoluzione del mondo della gastronomia. Era la fine del 2003 quando gli chef Claus Mayer e Renè Retzepi aprirono per la prima volta le porte del Noma di Copenhagen (per tre volte ristorante migliore del mondo).
Fu una novità che gli chef della Scandinavia e dei Paesi Nordici, usando le proprie specificità culinarie territoriali, abbiano portato le loro tradizioni gastronomiche, ai più alti livelli della cucina internazionale. Ingredienti locali, purezza, semplicità, stagionalità dei prodotti del territorio, ricomparsa di ingredienti poveri e selvatici, come alghe, licheni, carne di animali selvatici, bacche, cortecce e foglie di piante spontanee, furono le armi vincenti del loro successo, coniugate ad una apertura ad esperienze internazionali. Oggi sembra scontato, ma è anche grazie a loro se si ricominciano ad usare erbe spontanee di campo, fiori edibili, frutti e bacche selvatici, foglie, cortecce e linfe di piante, funghi, tartufi.
La ristorazione italiana, dovrebbe prendere ad esempio il successo del Noma, siamo il paese che ha più biodiversità in Europa e con il nostro clima mediterraneo, i nostri prodotti naturali e selvatici sono di grandissima qualità sia organolettica che nutrizionale.
Inoltre oggi assistiamo ad un fenomeno in fortissima espansione: le figlie dei supermercati e delle fragole al sapore di patata, stanno cambiando rotta e dopo essere passate per i mercati del contadino, stanno andando a calpestare i boschi, alla ricerca di cibo selvatico: erbe e fiori spontanei, funghi, tartufi, bacche e frutti selvatici.
La sostenibilità alimentare va oltre il bio e il chilometro zero, la geografia può diventare il fondamento della gastronomia; l’ambiente un territorio commestibile da esplorare; il bosco un luogo da mangiare.
Sta partendo in Umbria, un progetto che vede la partecipazione di un team di specialisti di scienze alimurgiche (che studiano come cibarsi di cibo selvatico), professori di scienza della nutrizione, biologi, etnobotanici, fitoterapisti, antropologi, micologi, chef e forager (coloro che vanno per boschi e campi a raccogliere prodotti selvatici). Il progetto ideato e proposto dall’Accademia delle Erbe Campagnole Spontanee, dal Gruppo Micologico Naturalistico Folignate, da Umbria Gourmet e dal prof. Luciano Loschi fondatore e presidente delle due associazioni, sta raccogliendo consensi da parte di esperti del settore gastronomico e del mondo scientifico. Il progetto prevede inizialmente lo studio delle potenzialità nutrizionali, chimiche e organolettiche delle materie prime spontanee della regione Umbria e regioni limitrofe. Le fasi successive prevedono uno studio antropologico, sull’uso  di determinati prodotti selvatici per riscoprire le antiche tecniche gastronomiche legate ai territori ed infine la ricerca e sperimentazione di piatti preparati con i prodotti selezionati.
Perché è importante il cibo selvatico.
Le nuove generazioni stanno perdendo il rapporto con l’origine della materia con cui ci nutriamo. L’uomo sta tralasciando sempre più le caratteristiche più importanti del cibo, che sono quelle salutari e nutritive. Oggi si scelgono frutti e vegetali dando priorità al loro aspetto estetico. Il cibo selvatico è importante perché rappresenta un prodotto con principi attivi, proprietà nutrizionali, sapori e consistenze più alti rispetto a quelli del cibo coltivato.
Ad esempio una carota coltivata ha un gusto leggero, quella selvatica invece è più coriacea e con un gusto intenso simile al suo olio essenziale. Il cibo selvatico inoltre cresce in un habitat, dove trova le migliori condizioni per crescere e difendersi dagli attacchi che gli vengono dall’esterno. Le piante coltivate in campi arati e trattati chimicamente sono anche nocive per il nostro organismo. Altro aspetto positivo nella ricerca di cibo selvatico è quello di poterci avvicinare agli ecosistemi e guardare l’habitat che ci circonda con occhio meno distratto. Quindi, il cibo selvatico ci porta in sintonia con la materia con cui ci nutriamo e con l’ambiente. Il cibo inoltre è disponibile gratuitamente ed ha un grande valore nutrizionale e organolettico.
La raccolta del cibo selvatico va oltre il chilometro zero e il bio, gli alimenti andranno raccolti in ambienti non antropizzati, dove non c’è l’impatto con l’uomo e generalmente si utilizzano freschi.
Necessita inizialmente una diffusione della cultura naturalistica prima di raccogliere il cibo selvatico, perché esso ha dei principi attivi fortissimi che da una parte ci aiutano a stare bene e a curarci, ma a volte sono così forti che potrebbero arrecare anche danni al nostro organismo, pertanto e necessario conoscerne i pro e i contro per poterli governare. Ad esempio la piantaggine (Plantago lanceolata) è una pianta a foglia verde che si trova in qualunque prato e a volte infestante, è buonissima, è ricca di mucillagini, vitamine e minerali. Contiene la rara vitamina K, che fa bene, ma può essere dannosa per chi soffre di coagulazione del sangue o la borragine (Borago officinalis), diuretica ed emolliente, usata sia cruda in insalate miste e cotta per ripieni di pasta, se ne sconsiglia l’uso in grandi quantità perché in alcune fasi vitali contiene composti pirrolizidinici, con presunta attività epatotossica.

 

RACCOLTA

CONOSCERE LE BIODIVERSITA’ VEGETALI DELL’APPENNINO

Piano Formativo Docenti 2016-2017.

Organizzato dal Laboratorio di Scienze Sperimentali Foligno,
con la collaborazione Tecnica-Scientifica dell’ Accademia Erbe Campagnole Spontanee,
è stato svolto il corso rivolto agli insegnati della scuola media superiore
“CONOSCERE LE BIODIVERSITA’ VEGETALI DELL’APPENNINO”

Tema centrale del corso è stata la biodiversità dell’Appennino Umbro, intesa come opportunità ambientale, storica e culturale del territorio e opportunità di visita. Il progetto ha visto la partecipazione di insegnanti delle scuole secondarie di I° e II° grado, provenienti da tutta l’Umbria. Obiettivo del corso è stato quello di
– Avviare i giovani alla scoperta del territorio e a riavvicinarli alla natura, guardando con occhio meno distratto gli habitat che ci circondano, attraverso modalità per loro nuove.
– Spingerli a uscire per ‘toccare con mano’, ammirare, ascoltare, odorare e aprirsi con i 5 sensi alla natura.
– Ritrovare sapori speciali, ben lontani da quelli a cui vorrebbero abituarci le grandi industrie alimentari.
La biodiversità è rappresentata da 4 elementi: gli ambienti, gli animali, la vegetazione e la presenza dell’uomo, quindi si è parlato di vegetazione e il suo rapporto con gli habitat e la presenza dell’uomo.
Il corso è stato svolto in tre incontri:
1° incontro Mercoledì 15 marzo (15.30-17.30)
Erbe spontanee e qualità ambientale
(Prof. Luciano Loschi – Presidente dell’ Accademia Erbe CampagnoleSpontanee)
2° incontro Martedì 21 marzo (15.30-18.30)
Uscita guidata: Riconoscere e raccogliere le erbe campagnole spontanee
(Prof. Luciano Loschi)
3° incontro Giovedì 23 marzo (15.30-18.30)
Laboratorio di cucina con le erbe campagnole spontanee
(Chef: Daniele Micheli dell’Accademia Erbe Campagnole Spontanee)

Gli insegnati si sono complimentati per aver vissuto questa nuova esperienza formativa, che gli ha consentito di conoscere la biodiversità dell’Appennino Umbro, intesa come opportunità ambientale, storica e culturale del territorio e opportunità di visita. Professori e professoresse alla fine del coso hanno chiesto al presidente dell’Accademia Erbe Campagnole Spontanee Prof. Luciano Loschi e allo chef Daniele Micheli, di essere informati su prossimi eventi che l’ Accademia organizzerà, per approfondire le tematiche trattate tutte FOTO GRUPPOFOTO GRUPPO1CUCINAdi grande interesse.

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PRIMO CORSO UMBRO SUL FORAGING

CI SIAMO !!! SI PARTE CON IL 1° CORSO UMBRO SUL FORAGING

Che cosa è il “FORAGING”
Fare la maglia con ferri da calza e gomitoli oggi si dice“knitting”, fare il pane in casa “baking” , andare per campi e boschi alla ricerca di erbe spontanee, frutti e bacche selvatiche, si dice “foraging” . Si potrebbe disquisire sull’uso diffuso di inutili inglesismi, ma il tema è un altro.
Andremo per campi e boschi alla ricerca di cibo naturale, spontaneo (e gratis), dai sapori nuovi e inaspettati.
Un ritorno al passato quando le nonne, in campagna andavano per rughetta, cicoria selvatica e tarassaco, poi per decenni si è derubricato tutto quel ben di Dio, semplicemente ad “erbacce”, dimenticando insieme alla conoscenza della natura che ci circonda, sapori e consistenze.
Oggi le figlie dei supermercati, del “tutto-disponibile-ovunque” e delle fragole al sapor di patate fanno inversione di rotta e con l’appellativo trendy-anglofono di“foraging” si rimettono a battere il sottobosco. Tutto merito della nuova cucina nordica (quella del Noma di Copenhagen, dei suoi licheni, bacche e cortecce eletti ad alta cucina) ma soprattutto dell’effetto della crisi economica e di una ricerca di salute.
Gli chef scandinavi hanno scosso l’universo della gastronomia e, se là, si perlustrano le spiagge nebbiose dei mari del Nord, qui ritornano nel piatto raperonzoli e caccialepri, fiori colorati di calendula e borragine, fiori di acacia e sambuco profumatissimi, confetture di corniolo, mirabolano e more selvatiche.
C’è da scoprire tutta una nuova gamma di sensazioni organolettiche e nuovi ingredienti, una nuova frontiera di sperimentazione. Sta crescendo un interesse fra le persone comuni.
Foraging in nome della salute
L’esigenza più viva è quella di rendere più salutare il proprio regime alimentare, oggi si ritiene che cibarsi di cibo selvatico sia più sano, anche sull’onda del primitivismo modaiolo e della cucina nordica , altri entrano nel profondo e sono interessanti dal punto di vista antropologico e culturale. La componente psicologica è determinante e l’approccio attivo al procacciarsi il cibo interessa molto, una frontiera del do-it-yourself che dallo scaffale del supermercato porta ai “farmers market” e poi fino al bosco.
Una diversa sussistenza
Le nonne lo facevano e basta, per necessità, perché non si sprecava nulla, tanto meno qualcosa che cresceva gratis e senza sforzo di vanga e rastrello. Raccogliere è nella nostra natura e fino all’avvento dell’industrializzazione a fine ottocento il pasto quotidiano era tra il 70 e l’80% selvatico, nelle campagne, o perché le cose coltivate venivano vendute e ci si alimentava con ciò che non aveva valore, ad esempio in Umbria con cicorie, mastrici, castagne, frutti e bacche selvatiche.
Fare “foraging” è molto cool, anche se il termine italiano è altrettanto affascinante. Si dice “alimurgia”, acronimo di “alimentia”, “urgentia”, che significa letteralmente scienza che studia l’utilizzo del cibo selvatico in cucina soprattutto nei momenti di carestia e povertà. Raccogliere erbe e bacche spontanee era infatti parte di una economia di sussistenza necessariamente bucolica, e oggi forse questo ritorno ha più che mai anche la stessa natura post-crisi economica. Decrescere era considerato un po’ freak, oggi è più una nuova coscienza dell’origine della materia prima, sostenibilità, biodiversità.
Mangiare dagli alberi
Allontanati anche dall’agricoltura dei prodotti più comuni, l’idea di poter mangiare gli alberi stupisce molto: gli alberi grandi, come il tiglio, la betulla, l’abete rosso, il faggio. Ne siamo circondati, hanno un sapore ma nessuno si immagina che la corteccia interna, le foglie, la linfa, le resine siano non solo commestibili: sono buone!.
I fiori che mangiamo
I fiori vanno di gran moda, sono arrivate fin nelle vaschette di insalata già lavata del supermercato e nei ristoranti sono tutti a mangiarli, ma quello che viene mangiato nei ristoranti è coltivato, ha ben poco di selvatico. I fiori fanno colore ma non hanno alcun apporto nutrizionale, a volte contengono qualche elemento fitoterapico. Il gusto di un fiore è inconsistente, hanno oli volatili così delicati che solo lì solo per bellezza, tranne in qualche caso.
Fare una prova: le margheritine e i boccioli di tarassaco.
La cosa interessante è che i fiori eduli, davvero di gran moda, arricchiscono assai poco una ricetta, mentre ci sono fiori spontanei e molto comuni con cui si può cucinare davvero. I fiori di acacia e di sambuco si usano da sempre, ma anche le onnipresenti margheritine (Bellis perennis), danno grandi soddisfazioni, e sono un bel modo per approcciarsi al foraging. La pratolina intera, i fiori e i bocciolini di Tarassaco, hanno consistenza e sapore. Vanno raccolti quando sono ancora in bocciolo e si possono usare in una frittatina, si mettono sotto sale o sott’olio, come dei capperi. Hanno un sapore sorprendente.
Il corso per cominciare
Foraging non significa però andar per boschi a raccogliere amanite phalloides e bacche velenose ma nemmeno fermarsi nelle aiuole di città a raccogliere i fiorellini. Quelle sono davvero tossiche, impregnate di smog, tanto quanto gli orti sui balconi nelle città come Roma o Milano. Bisogna scegliere territori incontaminati e farsi insegnare da esperti, o frequentare corsi di Foraging sia per adulti che bambini per evitare sgradite e pericolose sorprese.

L’Accademia Erbe Campagnole Spontanee
Organizza
il primo corso umbro di Foraging 2017:

Per informazioni
Iscrivetevi alla nostra newsletter
http://www.accademiaerbecampagnole.eu/#iscriviti

Nel campo Note: potete indicare le vostre preferenze sia per corsi di Foraging che sulle erbe spontanee

tel. 3936622189 (Luciano Loschi)

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Nuove Erbe Spontanee entrano nel nostro Erbario

Allium ampeloprasum L.

Nome volgare: Porraccio
Famiglia: Amaryllidaceae

Allium ampeloprasum

Specie commestibile officinale

Pianta dalle molteplici proprietà è considerata anticolesterolemica, antiasmatica, antispasmodica, antielmintica, diaforetica, espettorante, vasodilatatrice, antisettica, colagogo, febbrifuga, stimolante, stomachica, diuretica, tonica.

Per i suoi principi attivi quali acido sterarico, acido linoleico, acido palmitco, zuccheri , cellulosa, zolfo, mucillagini, pectina, proteine, sali minerali (ferro), vitamine C, B1 ,E , viene utilizzata dalla medicina popolare per favorire la digestione e curare il cattivo funzionamento degli intestini, per ridurre la pressione arteriosa, per aiutare a dissolvere i calcoli renali, prevenire crampi e raffreddori, aiutare a espellere vermi, aiutare ad abbassare il tasso di colesterolo e a decongestionare le vie respiratorie.

In cucina:
In inverno quando le foglie sono più tenere viene utilizzato per far minestre, frittate e torte, oppure crudo in insalata con altre erbe eduli.

Curiosità:
Pare che Nerone avesse l’abitudine prima delle sue esibizioni canore, di consumare i porri, per schiarire la voce.

 

 

 

Salvia verbenaca L. 

Nome volgare: Salvia selvatica
Famiglia: Lamiaceae

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Etimologia: Il termine Salvia deriva dal latino “salus” o “salveo” = “star bene – sano” o “salvare” sicuramente per le virtù medicamentose che gli sono state riconosciute fin dall’antichità.

L’epiteto della specie si riferisce alla forma delle foglie simili a quelle della verbena.

Proprietà ed utilizzi:  Specie commestibile officinale

Pianta mellifera con proprietà medicinali però meno efficaci della S. officinalis e simili a quelli della S. pratensis. Per i greci era considerata “erba sacra” mentre per i romani un efficace toccasana per qualsiasi male. La sua azione si esplica in modo particolare sugli organi digestivi e sull’apparato respiratorio (gonfiori addominali, flatulenze, lentezza digestiva, eruttazione, asma, bronchite,catarro, sinusite) per la sua azione antisettica, antibatterica e antifungina. Per la presenza di estrogeni esercita un’azione tonificante nel flusso mestruale scarso o abbondante e nella dismenorrea. Esercita anche un’attività depurativa e diuretica. L’olio di salvia agisce anche come antisudoriparo. Studi recenti hanno dimostrato le sue proprietà antiossidanti riducendo la produzione di radicali liberi dannosi nell’invecchiamento dell’organismo.
Si usa come colluttorio contro le ulcere e le infiammazini del cavo orale. Le foglie, sfregate sui denti agiscono alla stessa stregua di un dentifricio ( ricordata per questo anche in una novella del Decamerone del Boccaccio).
Curiosità: Teofrasto (372 – 287 a. C.) della pianta diceva che “respinge i mali della malattia e della vecchiaia”. Gli antichi egizi la usarono contro la peste. Per i romani era una pianta sacra tanto da organizzare un evento importante al tempo della raccolta, che avveniva sempre con attrezzi di metallo più nobile del ferro. Plinio la descrive come rimedio per morsi di serpenti e scorpioni purchè non fosse infettata. Nel medioevo la sua reputazione si rinforzò perchè gli furono attribuite proprietà capaci di ringiovanire, di rafforzare la mente e la memoria.
Sulla salvia sono nate anche tante leggende tra queste quella legata alla vita di Gesù Cristo nel periodo della fuga in Egitto “inseguiti dai soldati di Erode, per potersi nascondere, la sacra famiglia chiese protezione a diverse piante che si rifiutarono tranne la salvia che offrì giaciglio a Gesù e lo nascose alla vista dei soldati. La madonna in compenso le dette il dono di guarire gli uomini”.
Divenuta la panacea di tutti i mali su di essa nacquero dei detti di cui riporto quelli più pittoreschi.
Nel veneto si diceva “quando mor la sali xe in orto – more el paron de casa o l’è za morto.
La Scuola Salernitana così la lodava: Cur moriatur homo cui salvia crescit in horto ? a questo detto altro proverbio rispondeva: se molto vuoi campare – salvia hai da mangiare.
Era considerata anche afrodisiaca tanto che Cleopatra ne avrebbe fatto uso per conquistare gli uomini.

Erba molto ricercata ed utilizzata in alcune regioni: nelle misticanze di verdure cotte, per preparare ripieni di torte rustiche salate, per ripieno di cascioni.

Tragopon pratensis L.

Nome volgare: Barba di becco

Famiglia: Asteraceae

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Le proprietà di questa pianta sono diuretiche, sudorifere, depurative e astringenti. Nella medicina popolare, la radice, decotta o sciroppata, trova diverse applicazioni, viene usata come calmante per la tosse e in genere ha effetti positivi per tutte le affezioni respiratorie.
L’uso è particolarmente consigliato a chi soffre di arteriosclerosi, reumatismi, gotta e ipertensione arteriosa. Aiuta a eliminare i residui tossici del metabolismo; anche i diabetici la possono consumare senza restrizioni, in quanto gli idrati di carbonio che contiene non aumentano il livello di glucosio nel sangue.
I petali in infusione hanno potere schiarente della pelle.
In Cucina:
La Barba di becco è senz’altro più nota per il suo utilizzo alimentare che per quelle medicinale. I giovani germogli, le foglie, le radici, ricchi di zucchero e dal sapore dolciastro, sono impiegati come ottime verdure, soprattutto cotte. Già in questo modo se ne sfruttano le proprietà depurative che possono essere utilizzate in modo più specifico facendo un decotto delle radici. Uno dei componenti più importanti delle radici è l’inulina, un polisaccaride molto pregiato sotto il profilo dietetico poiché può sostituire altri zuccheri dannosi ai diabetici. I giovani germogli, lessati, possono competere a sapore con i più conosciuti asparagi. La parte migliore sembra essere la radice, che per alcuni ha perfino sapore di ostriche, mentre per altri semplicemente di carota; per poter sfruttare al massimo le proprietà della barba di becco occorre mangiarla cruda, tagliata a fette di insalata, ma si può consumare anche cotta. Le foglie tenere si consumano in insalata e hanno un sapore simile a quello della scarola e della cicoria.

Calepina irregularis (Asso) Thell.

Nome volgare: Calepina irregolare

Famiglia: Brassicaceae o Crucifere

Calepina irregularis

Etimologia: “Calepina” è nome di fantasia, inventato da Adanson; l’epiteto è collegato alla distribuzione non simmetrica di varie parti della pianta, “in primis” le ramificazioni del caule e le dimensioni disuguali dei petali.
Regina dell’autunno e dell’inverno. Sopporta benissimo il freddo, parente dei cavoli, ha foglie vivacemente irregolari. Il suo sapore è delicato, ma quello che è più sorprendente, al primo assaggio di Calepina, è il sapore fantastico delle sue radici… consumate fritte sono una leccornia indicibile!

La pianta forma una rosetta basale di foglie più piccole al centro e più grandi e di portamento disordinato all’esterno. Fiorisce a febbraio marzo con delicate infiorescenze bianche.

La si ritrova un po’ ovunque il terreno sia libero e smosso. Per questa ragione è più facile rinvenire la Calepina all’interno o nei pressi di zone agricole. Ma abbonda anche al margine di strade o campi. Quando presente, forma tappeti piuttosto folti.

Come tutte le piante appartenenti alla famiglia delle Brassicaceae, la Calepina presenta notevoli proprietà nutritive e curative. Ricca di vitamine e sali minerali, ha notevoli effetti diuretici e disintossicanti.

CURIOSITA’:

La cosa che davvero incuriosisce e stupisce è che, nonostante la sua commestibilità sia accertata, il suo utilizzo in cucina è quasi del tutto sconosciuto. Eppure la sua presenza è talmente diffusa e abbondante che può veramente costituire un valido alimento.


 

 

Epilobium tetragonum L.

Nome volgare: Garofanino quadrelletto

Famiglia: Onagraceae

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L’ epilobio: un rimedio naturale contro la prostatite

http://www.siberika.it/epilobio.html

L’epilobio nella medicina popolare in Europa e negli Stati Uniti

In Europa i primi accenni alle proprietà dell’epilobio si riferiscono al 16 ° secolo, mentre nella seconda metà del 20 ° secolo l’epilobio acquisto’ una grande popolarita’ come mezzo di prevenzione e trattamento di casi di prostatite grazie all’opera della famosa erborista austriaca Maria Treben. Ecco cosa scriveva la Treben nel suo libro “La salute dalla farmacia donataci dal Signore. Consigli e pratica di utilizzo terapeutico delle erbe”, pubblicato in tedesco nel 1994 e tradotto in 18 lingue: “Molti sofferenti di prostatite possono guarire grazie all’aiuto dell’epilobio, evitando di sottoporsi a interventi chirurgici. Se invece si e’ gia’ fatto ricorso ad operazioni, e’ consigliabile bere infusi di epilobio per eliminare il bruciore e altri fenomeni spiacevoli conseguenti all’intervento”. Nel suo libro la Treben descrive inoltre il caso di un paziente affetto da cancro alla vescica e conclude: “Da allora sono stata in grado di aiutare centinaia e centinaia di pazienti. Un farmacista a Monaco di Baviera mi ha mostrato un vecchio libro di farmacia dove l’epilobio, gia’ intorno al 1880, veniva citato come potente pianta medicinale. Purtroppo pero’ e’ stato destinato ad essere completamente sostituito dai preparati chimici.”
Ecco la ricetta proposta da Maria Treben: versare 1/4 litro di acqua bollente su 1 cucchiaio colmo di erbe, lasciare fermentare per un po’ e assumere a stomaco vuoto mattina e sera mezz’ora prima dei pasti. I consigli di Maria Treben sono stati sostenuti da altri erboristi tedeschi e austriaci. Barbara e Peter Theis nel loro libro “Le erbe medicinali – una via per la salute” hanno scritto: “L’estratto acquoso della pianta ha dimostrato di inibire il processo infiammatorio e di avere un effetto curativo sulle patologie acute e croniche della prostata (…) l’infiammazione dell’uretere e l’ infiammazione cronica ricorrente della vescica e può anche servire come terapia di mantenimento dopo l’intervento chirurgico alla prostata”. I due erboristi notano inotre che l’epilobio puo’ venir consigliato anche alle donne che soffrono di irritazione o infiammazione acuta della vescica o del tratto urinario grazie alle sue proprieta’ anti-infiammatorie e il leggero effetto diuretico.
L’effetto terapeutico dell’epilobio era noto anche nel continente americano. I nativi americani utilizzavano le radici e la parte superiore della pianta per uso esterno per il trattamento delle infezioni della pelle, e bevevano il te’ all’epilobio per arrestare le emorragie intestinali. Gli erboristi americani dei secoli 19-esimo e 20-esimo consideravano invece la specie Epilobium angustifolium molto efficace nel trattamento delle malattie del tratto gastro – intestinale: dissenteria, diarrea, irritazioni e infiammazioni di natura diversa.

Attualmente in Austria, Ungheria e nella Repubblica Ceca si possono trovare in vendita alcune tisane a base di epilobio. Si tratta di preparati ufficialmente registrati e approvati come prodotti ad uso terapeutico e consigliati in casi di infiammazione della vescica e del tratto urinario associati alla prostatite nonche’ profilassi della prostatite. Nel rapporto dell’Agenzia europea per i Medicinali, pubblicato alla fine del 2015, si rileva che nella sola Austria le vendite di tè all’epilobio attraverso il canale delle farmacie raggiunge i 1000 -1500 kg all’anno (I dati fanno riferimento ai primi anni ’80 del 20 ° secolo).

Josep Pamies

Lactuca perennis L. 

Nome volgare: Barba dei frati

Famiglia: Asteraceae

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Etimologia: Il nome del genere dal lat. ‘lac, lactis’, latte, con riferimento al latice bianco presente nelle specie del genere.
L’epiteto specifico dal lat. ‘perennis’: il ciclo vegetativo dura molti anni.

Proprietà ed utilizzi:  Specie commestibile
Le giovani rosette vengono spesso consumate come insalata o cotte insieme a cicorie e tarassaco.

 

 

 

 

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Concluso il Corso erbe spontanee 27-28-29 Novembre

Si è concluso con grande soddisfazione dei partecipanti il corso autunnale sulle erbe campagnole spontanee organizzato dall’accademia umbra delle erbe campagnole spontanee.
Il giorno 27 novembre il dott. Adolfo Rosati, ricercatore presso il centro ricerca per l’olivicoltura sede di Spoleto e autore della guida pratica “riconoscere e cucinare le buone erbe” ha tenuto una conferenza sulle buone erbe della nostra Regione Umbria.
La mattina di Sabato 28 novembre, escursione negli oliveti di Trevi, accompagnati da Maura, Natalina e Anna (esperte conoscitrici delle nostre buone erbe spontanee) sono state raccolte le seguenti specie:

 


Domenica 29 Novembre si è svolto il corso di cucina con le erbe raccolte. Rita Bianchi, chef del ristorante Il Casaletto, ha eseguito una dimostrazione sulla preparazione della foiata di erbe campagnole. Lo chef Micheli Daniele di Umbria Gourmet ha svolto una lezione sulla preparazione di un pesto a base di erbe spontanee.
Alla fine i partecipanti hanno potuto degustare un pranzo con i menù preparati durante lo show-cooking e una misticanza di rapunzoli, caccialepri, pimpinellone, ginestrella, crispigni e pimpinella condita con l’olio extravergine di Oliva dop Colli Assisi Spoleto.

 


Prossimo appuntamento a metà il  12-13 marzo 2016, per iscrivervi compilate questo form

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